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Sette emiri, una nazione: la genesi degli Emirati Arabi Uniti

Sette emiri, una nazione: la genesi degli Emirati Arabi Uniti

In questo terzo decennio del XXI secolo, gli Emirati Arabi Uniti vengono per lo più associati al petrolio, alle sfarzose città verticali sorte nel bel mezzo del deserto – Dubai e Abu Dhabi su tutte – e grazie al fenomeno social in costante ascesa, alla pubblicizzazione turistica sulla quale gli stessi emirati spingono moltissimo, investendo ingenti risorse in cambio di visibilità. Abbaiati dalla ricchezza, si può facilmente dimenticare la storia recente di questa nazione affacciata sul Golfo Persico. Ahimè accade fin troppo spesso, ed è un vero peccato, poiché dall’incedere degli ultimi due secoli e mezzo si capisce tanto, tantissimo di una federazione di sceiccati che altrimenti verrebbe ridotta alle appariscenze fin qui elencate.

Sette emiri, una nazione: la genesi degli Emirati Arabi Uniti

Parto con una constatazione generica, ma essenziale: la storia delle monarchie della costa occidentale del Golfo Persico è strettamente intrecciata con l’espansione e il progressivo ridimensionamento dell’Impero britannico tra XIX e XX secolo. E fin qui nulla di nuovo sotto al sole, penserete. Ma c’è di più. A differenza di molte altre regioni colonizzate nello stesso periodo, il predominio di Londra non nacque inizialmente da una conquista diretta o da una politica di coercizione militare sistematica.

Dunque sulla sponda occidentale del Golfo Persico non si assistette alla più canonica delle “diplomazie delle cannoniere” (come accaduto, giusto per fare un esempio legato agli inglesi, con le guerre dell’oppio in Cina). Al contrario, l’egemonia si sviluppò gradualmente. Come è presto detto. Attraverso una rete di accordi stipulati con i capi tribali locali, interessati a ottenere protezione e stabilità in un contesto geografico a dir poco complesso, dove determinati fattori (pensiamo alle rivalità dinastiche, alla pirateria marittima e le tipiche competizione tra potenze vicine) risultavano essenziali per la sopravvivenza degli attori nella regione.

Emirati Arabi Uniti protettorato britannico

Per secoli la fascia costiera che oggi comprende gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Bahrain fu abitata da comunità tribali relativamente autonome. Accanto ai gruppi nomadi dell’entroterra desertico esistevano piccoli centri urbani affacciati sul mare. L’economia dei suddetti si fondava sulla pesca delle perle, sul commercio marittimo e sulla costruzione navale. Scordatevi le megalopoli di oggi, con “piccoli centri urbani” intendo indicare dei villaggi di pescatori, nulla di più, nulla di meno.

In un simile ambiente, dove il controllo politico dall’alto non esisteva, e quando esisteva era debole oltre che frammentato, la pirateria sfavillava. Alla fine del XVIII secolo tali attività iniziarono a rappresentare una minaccia diretta per le rotte commerciali dell’Impero britannico, che dipendevano dal traffico marittimo tra l’Europa e l’India. In particolare la tribù degli al-Qasimi, insediata a Ras al-Khaimah e Sharjah (Situati nel centro-nord degli EAU; se guardate la mappa, sono gli emirati in viola e fucsia) organizzò numerosi attacchi contro navi mercantili nella regione. A causa della frequenza di queste incursioni, la costa meridionale del Golfo venne soprannominata dagli europei la “Costa dei Pirati“. Un nome, un programma.

La situazione spinse il governo britannico di Bombay a intervenire militarmente. Dopo alcune spedizioni punitive contro le basi degli al-Qasimi, nel 1820 fu firmato il Trattato generale marittimo tra la Gran Bretagna e i principali capi tribali della regione. Con questo accordo gli sceicchi di vari porti (tra cui Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ras al-Khaimah, Ajman, Umm al-Quwain e Fujairah; se ne contate sette, un motivo dovrà pur esserci) si impegnavano a cessare le attività di pirateria e ad accettare la supervisione britannica sui traffici marittimi.

Emirati Arabi Uniti mappa dei sette sceiccati

Il sistema si rafforzò nel 1835 con una tregua navale permanente, da cui derivò la denominazione di “Stati della Tregua” (in inglese “Trucial States”). In cambio della rinuncia alle razzie in mare, Londra garantiva sicurezza e protezione commerciale. A modo suo, naturalmente.

Il modello si rivelò vantaggioso per entrambe le parti. Ecco perché si estese progressivamente ad altri territori della regione. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo anche le dinastie che governavano il Kuwait, il Qatar e il Bahrain stipularono accordi simili con la Gran Bretagna.

Gli sceicchi desideravano soprattutto protezione contro i rivali regionali e contro eventuali rivolte interne. Londra, dal canto suo, mirava a mantenere stabile l’area attraversata dalle rotte verso il Raj e a impedire che altre potenze europee vi acquisissero influenza. Per questo motivo accordi esclusivi accompagnarono presto i trattati; questi proibivano ai sovrani locali di intrattenere relazioni diplomatiche con Stati diversi dalla Gran Bretagna. A volerla spiegare con altri termini, pur mantenendo formalmente la propria sovranità interna, gli sceiccati finirono sotto la tutela inglese. Dei loro affari esteri si occupò l’amministrazione coloniale dell’India britannica con sede a Bombay.

Emirati Arabi Uniti conferenza con UK 1968

Nel corso del XX secolo la situazione iniziò lentamente a cambiare. La crescente importanza del petrolio trasformò radicalmente l’economia della regione e attirò l’attenzione delle potenze occidentali. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e soprattutto dopo l’indipendenza dell’India nel 1947, la supervisione dei protettorati del Golfo passò dal governo coloniale indiano al Foreign Office di Londra. Nel frattempo si diffondevano in tutto il Medio Oriente le ideologie nazionaliste e panarabiste. Tutto fuorché amichevoli nei confronti della presenza occidentale e delle monarchie tradizionali.

La figura simbolo di questa ondata politica fu il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. Già conosciamo la sua retorica anti-imperialista, capace di esercitare una forte attrazione sulle giovani generazioni del Golfo. Alimentare il sentimento panarabista, o più semplicemente nazionalista, significò far circolare un’idea: quella dell’indipendenza politica.

Il primo Stato a compiere questo passo fu il Kuwait, governato dalla dinastia degli al-Sabah. Grazie alle ingenti entrate petrolifere e alla relativa modernizzazione economica, lo sceicco Abdullah Al-Salim Al-Sabah ritenne possibile svincolarsi dal protettorato britannico. Dopo negoziati con Londra, il Kuwait divenne uno Stato sovrano nel 1961.

Gli altri emirati, tuttavia, preferirono mantenere il legame con la Gran Bretagna. In un Medio Oriente scosso da rivoluzioni militari e colpi di Stato che avevano rovesciato monarchie in paesi come Iraq ed Egitto, gli sceicchi vedevano nella protezione britannica una garanzia contro insurrezioni interne e contro le ambizioni territoriali di potenze regionali come l’Arabia Saudita o l’Iran.

Emirati Arabi Uniti Zayed bin Sultan Al Nahyan

Il sistema dei protettorati aveva tuttavia le ore contate. Corretto dire però che se finì, non fu per pressione locale ma per decisione britannica. Nel 1967 una grave crisi economica e valutaria spinse il governo inglese a ridurre drasticamente le spese militari all’estero. Nel gennaio 1968 Londra annunciò la decisione di ritirare tutte le forze britanniche dalle regioni “a est di Suez” entro il 1971.

La notizia costrinse gli sceiccati del Golfo a ridefinire il proprio futuro politico. Per garantire stabilità dopo il ritiro britannico si propose inizialmente la creazione di una grande federazione comprendente nove protettorati. Tuttavia il Bahrain sotto la dinastia al-Khalifa, e il Qatar degli al-Thani preferirono diventare paesi indipendenti separati. Ottennero la sovranità rispettivamente nell’agosto e nel settembre del 1971.

Emirati Arabi Uniti moschea

Restavano così i sette Stati della Tregua. Su iniziativa dell’emiro di Zayed bin Sultan Al Nahyan, salito al potere nel 1966 dopo la deposizione del precedente sovrano, questi territori decisero di unirsi in una federazione. Il 2 dicembre 1971 nacquero ufficialmente gli Emirati Arabi Uniti. Sette emirati che scelsero la via della monarchia costituzionale federale elettiva come forma di governo.

Le immense risorse petrolifere giocarono un ruolo decisivo nella sopravvivenza e nella stabilità della federazione. I proventi dell’export di greggio permisero ai governi di finanziare programmi di modernizzazione, creare sistemi economici basati sulla rendita petrolifera e acquistare armamenti avanzati dai paesi occidentali. In questo modo il petrolio sostituì di fatto la presenza britannica come principale garanzia di sicurezza. Pur diventati formalmente indipendenti, gli Stati del Golfo mantennero stretti rapporti politici, economici e militari con l’Occidente. Nel momento in cui scrivo, questo “rapporto di collaborazione-dipendente” risulta essere più esplicito che mai…