Almanacco del 21 gennaio, anno 1921: al termine del XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, durato sei giorni e tenutosi all’interno del Teatro Carlo Goldoni di Livorno, l’ala comunista secede dal partito, fondando il Partito Comunista d’Italia. La scelta sarà gravida di conseguenze per la storia italiana e, come ben sappiamo, per l’evoluzione dello scontro ideologico e politico nell’Europa dello scorso secolo.

Quando il 21 gennaio 1921 il Partito Comunista d’Italia prende forma (la denominazione Partito Comunista Italiano prevarrà nel 1943, in risposta allo scioglimento del Comintern) sono passati 4 anni dalla Rivoluzione bolscevica in Russia e 73 dalla pubblicazione del Manifesto comunista di Marx ed Engels. Lo spettro che s’aggirava per l’Europa in quella metà del secolo decimottavo era salito in cattedra fra le macerie dell’ex Impero zarista. L’eco del successo dei soviet aveva raggiunto ogni angolo del Vecchio Continente; l’Italia non faceva eccezione.
E che qualcosa fosse cambiato nella galassia socialista, italiana ed europea assieme, lo avevano capito in tanti. Già nel 1919, in occasione del XVI Congresso del PSI, la corrente massimalista aveva prevalso. Ciò si tradusse nell’aderenza all’Internazionale Comunista che proprio all’indomani della Grande Guerra si era data forma e sostanza.

L’avvicinamento del socialismo italiano alle ambizioni rivoluzionarie massimaliste di matrice bolscevica è un colpo allo stomaco per chi, pur sempre all’interno della logica proletaria, sostiene posizioni meno radicali. Potremmo definirle minimaliste, gradualiste o riformiste. È il caso di Filippo Turati, leader della fazione moderata. Egli critica la scelta della maggioranza del PSI sostenendo come sia in corso una sorta di “infatuazione mitica” per il bolscevismo e per la rivoluzione realizzata attraverso la violenza e il sangue.
Dall’altra parte dello spettro socialista, dove siedono i massimalisti per l’appunto, la voce di Amedeo Bordiga, in quel momento punto di riferimento per i comunisti italiani, non nega quanto detto da Turati, anzi, lo legittima. Per lui l’uso della forza è l’unico strumento adatto alla sovversione del potere borghese e capitalista. Inoltre rifiuta la partecipazione al gioco elettorale, in quanto – sostiene – è una mera messinscena liberale priva di reale significato. Insomma, prima del 21 gennaio 1921, le spaccature sono evidenti.
Ma se dicotomico è il contesto “interno” al socialismo nostrano, ancor più fratturato è ciò che succede fuori, nel Paese e nel mondo. In Italia sembra che la rivoluzione sia dietro l’angolo, con le sollevazioni operaie e contadine all’ordine del giorno. Si parla non per caso di “biennio rosso“.

Nella Russia che ancora è attraversata dagli eserciti rossi, bianchi, verdi e chi più ne ha, più ne metta, si tiene nel 1920 il II Congresso dell’Internazionale Comunista. Dell’avvenimento si deve registrare, oltre all’ottimismo per la parabola rivoluzionaria e per lo scemare delle forze reazionarie, anche lo stilo di 21 punti programmatici. Da Pietrogrado si getta l’amo, sperando che tutti i partiti volenterosi di entrare nel Comintern accettino le disposizioni in larga parte volute da Vladimir Lenin.
I 21 punti hanno tutti un loro peso specifico, ma per la narrazione assume un ruolo di rilievo il settimo. Esso recita:
“I partiti che vogliono aderire all’Internazionale Comunista sono tenuti a riconoscere la necessità di una frattura completa e assoluta con il riformismo e con la linea politica del “centro”, e a propugnare il più diffusamente possibile questa frattura tra i propri membri. Senza di ciò non è possibile nessuna linea politica coerentemente comunista. L’Internazionale Comunista esige assolutamente e categoricamente che si operi tale frattura il più presto possibile. L’Internazionale Comunista non può accettare che dei noti opportunisti, come Turati, Modigliani, Kautsky, Hilferding, Hilquit, Longuet, MacDonald e altri abbiano il diritto di apparire quali membri dell’Internazionale Comunista. Ciò non potrebbe non portare l’Internazionale Comunista ad assomigliare per molti aspetti alla Seconda Internazionale, che è andata in pezzi”.
Nomi e cognomi degli “indegni” ci sono, resta solo da capire come estrometterli (o nel caso in cui non si riesca, come fuoriuscire). Tra il 15 e il 21 gennaio 1921 si arriva alla resa dei conti, nello scenario teatrale offerto dalla città di Livorno. Al XVII Congresso del PSI la previsione è duplice: espulsione a destra; secessione a sinistra. Doveva essere la prima, avverrà la seconda.

L’imprevisto si chiama Menotti Serrati, capo di una corrente massimalista. Egli dice ai suoi di non votare l’espulsione dei riformisti. Perché? Le sue motivazioni non sono campate in aria. I riformisti rappresentano la maggioranza del gruppo parlamentare e detengono le redini della CGIL, il più grande sindacato dei lavoratori. Serrati osserva che il PSI, unico fra gli omologhi in Europa, si è espresso contro l’ingresso del Regno d’Italia nel primo conflitto mondiale e che non ha mai partecipato a nessun governo borghese. È chiaro che fra i massimalisti non ci sia volontà unanime di eseguire alla lettera quanto chiesto da Lenin (giudicato da Serrati ignorante della storia del socialismo italiano).

Accade quello che alla vigilia in pochi si aspettavano: Bordiga, Gramsci, Togliatti, Terracini e altri come loro abbandonano i lavori del Congresso. È il palcoscenico del Teatro San Marco che accoglie i natali del Partito Comunista d’Italia. La storia della sinistra italiana è piena zeppa di scissioni e frazionamenti, ma questa è senz’altro la più importante. Il neo costituitosi PCdI non può pensare alla rivoluzione dei soviet, perché le contingenze socio-politiche impongono altro. Come ad esempio l’affermarsi graduale di un altro ex socialista, che di lì a poco imporrà il suo regime autoritario.




