Almanacco del 20 gennaio, anno 1752: su volontà di re Carlo di Borbone e su progetto di Luigi Vanvitelli, iniziano i lavori per la realizzazione della reggia di Caserta. Il 20 gennaio di quel 1752 avvenne la cerimonia della posa della prima pietra, presenziata dal re, dai più alti esponenti del clero e della nobiltà partenopea. Dell’evento ci restano dirette testimonianze scritte, oltre che pittoriche. Ecco come si gettarono letteralmente le fondamenta di una delle residenze reali più maestose al mondo.

La reggia di Caserta nasce come uno dei più ambiziosi progetti architettonici dell’Europa del Settecento. Verrebbe da accostare anche l’aggettivo “politico” se si pensa che fu concepita altresì come cuore amministrativo, simbolico e produttivo del Regno di Napoli sotto i Borbone. L’idea fu di Carlo di Borbone (colui che restituì Napoli al mare e il mare a Napoli!). Il re, nei primi anni del suo regno, maturò la convinzione di dover dotare la dinastia di una capitale alternativa a Napoli. Perché mai una simile decisione? Questioni di sicurezza – Napoli era esposta alle minacce del Vesuvio e agli attacchi dal mare (leggasi bombardamento britannico del 1742) – e di coerenza urbanistica illuministica – sulla falsa riga di quanto accadeva a Vienna e a Parigi.
Il luogo prescelto fu Caserta, dove esisteva già una villa cinquecentesca appartenuta ai Caetani di Sermoneta. Re Carlo acquistò ufficialmente il feudo nel 1751 e scelse Luigi Vanvitelli, uno dei più celebri architetti del tempo, come capomastro del progetto. Al beneplacito reale seguì quello pontificio, concesso da papa Benedetto XIV.
Il 20 gennaio 1752, giorno del 36esimo compleanno del re, si tenne la solenne cerimonia di posa della prima pietra. Vanvitelli stesso depose una seconda pietra con un’iscrizione augurale in latino, che invocava la durata eterna della casa e della dinastia borbonica (Garibaldi permettendo…).

Il cantiere della reggia era colossale. Negli anni centrali dei lavori vi operarono oltre 2.000 uomini. Fra questi vi erano operai specializzati, manovali e, l’avreste mai detto, schiavi. Quasi tutti i materiali provenivano dal territorio circostante (tufo, calce, pozzolana, travertino) in un’ottica di autosufficienza e sviluppo locale. Solo il marmo bianco di Carrara e il ferro di Follonica erano d’importazione. La reggia non doveva essere un monumento isolato, ma il fulcro di un sistema territoriale integrato, completato dall’Acquedotto Carolino e dal complesso manifatturiero e sociale di San Leucio.
Fino al 1759, anno in cui Carlo lasciò Napoli per salire al trono di Spagna, i lavori procedettero rapidamente. Con il regno di Ferdinando IV, tuttavia, il ritmo rallentò. Non poté essere altrimenti, viste le carestie e le epidemie di colera del biennio 1764-65. Alla morte di Luigi Vanvitelli nel 1773, il completamento della reggia era un miraggio. La direzione passò al figlio Carlo Vanvitelli, che proseguì fedelmente il progetto paterno, pur dovendo fare i conti con crescenti difficoltà finanziarie.

Nonostante l’incompletezza, nel 1789 i membri della famiglia borbonica iniziarono ad abitare la reggia di Caserta. Un anno qualunque, eh. Gli eventi politici di fine secolo segnarono profondamente il palazzo. Con la Repubblica Napoletana del 1799, la reggia fu espropriata e saccheggiata degli arredi, poi recuperati durante la Restaurazione. I lavori continuarono anche durante il decennio francese e dopo la morte di Carlo Vanvitelli nel 1821 furono affidati ad altri architetti.
La costruzione si concluse ufficialmente nel 1845, ma in una forma ridotta rispetto al progetto originario. Infatti non si realizzarono le torri angolari, la grande cupola centrale e alcune strutture previste per la piazza antistante. Sacrifici imposti dalla situazione economica del regno. Eppure, la reggia di Caserta divenne una delle più grandi residenze reali d’Europa, manifesto tangibile dell’assolutismo illuminato borbonico.

Nel palazzo si svolsero anche momenti cruciali della storia italiana: qui morì Ferdinando II il 22 maggio 1859; e il 21 ottobre 1860, dopo l’unificazione di fatto del Mezzogiorno, Giuseppe Garibaldi scrisse dalla reggia a Vittorio Emanuele II consegnandogli la Terra di Lavoro. Da simbolo del potere borbonico, la reggia divenne così testimone del passaggio al nuovo Stato unitario.
Oggi, insieme all’Acquedotto Carolino e al Belvedere di San Leucio, la reggia di Caserta è riconosciuta come patrimonio dell’umanità UNESCU (1997) e rappresenta non solo un capolavoro architettonico, ma una sintesi monumentale di politica, tecnica, urbanistica e visione illuministica del potere.




