La storia della mussola di Dacca, nota come baft-hawa o “aria tessuta”, è il racconto di un’eccellenza tecnologica e botanica che rasenta il mito. Per millenni, le sponde del fiume Meghna, nell’odierno Bangladesh, sono state l’unico luogo al mondo capace di generare il Phuti karpas. Questa rara varietà di cotone, il Gossypium arboreum var. neglecta, possedeva fibre che si gonfiavano con l’umidità dell’aria fluviale, diventando così elastiche da poter essere filate in filamenti di una finezza inimmaginabile. Inimmaginabile, invece, che oggi nessuno sia in grado di riprodurre il tessuto. Purtroppo è così, e la storia ci svela il perché.

Per secoli la mussola di Dacca fu considerata uno dei tessuti più straordinari mai prodotti dall’uomo (stessa identica fama di cui gode il bisso sardo). Chi la vedeva per la prima volta rimaneva colpito dalla sua incredibile leggerezza. Era così sottile e trasparente che un rotolo lungo decine di metri poteva, secondo alcune testimonianze, passare attraverso un anello. Questo tessuto proveniva dalla città di Dacca, oggi capitale del Bangladesh, ma all’epoca parte della regione storica del Bengala, una delle aree tessili più importanti del mondo tra Medioevo ed età moderna.
La fama della mussola bengalese non nacque in epoca recente. Già in età antica mercanti e viaggiatori del Mediterraneo conoscevano i finissimi tessuti provenienti dall’India orientale. Autori greci e romani menzionano stoffe sottilissime provenienti da quella regione, e persino lo scrittore latino Petronio allude a tessuti indiani estremamente leggeri. Tuttavia la produzione raggiunse il suo massimo splendore tra il XVI e il XVIII secolo, durante il periodo dell’Impero Moghul, quando la regione del Bengala divenne uno dei centri manifatturieri più prosperi dell’Asia. La mussola di Dacca veniva esportata in Persia, nel Medio Oriente e in Europa, dove arrivava attraverso le rotte commerciali delle compagnie europee.

Il segreto della sua qualità eccezionale risiedeva prima di tutto nella materia prima, di cui si è detto in apertura. Ma la materia prima non bastava. La lavorazione richiedeva un processo complicato composto da numerose fasi – tradizionalmente 16 – che coinvolgevano diverse comunità di artigiani. Parliamo di filatura, pulitura del cotone, tessitura e rifinitura. Attività altamente specializzate, tramandate di generazione in generazione. La filatura avveniva spesso in condizioni ambientali precise (per esempio con un certo livello di umidità) per evitare che le fibre sottilissime si spezzassero.
Il risultato era un tessuto quasi impalpabile. Secondo alcune ricostruzioni moderne, la mussola originale poteva raggiungere densità incredibili, con 800 o perfino 1200 fili per pollice, un livello difficilmente riproducibile anche con tecnologie contemporanee. Per confronto, molte mussole odierne raramente superano i 40-80 fili. Non sorprende quindi che in Europa circolassero leggende sulla sua origine. Alcuni credevano che fosse tessuta da creature soprannaturali, altri pensavano che la lavorazione dovesse avvenire sott’acqua per evitare che il filo si spezzasse.

Nel XVIII secolo la mussola di Dacca divenne una vera ossessione per l’aristocrazia europea. Le mode neoclassiche, che privilegiavano abiti leggeri e fluenti ispirati all’antichità, la resero il tessuto perfetto per gli abiti femminili dell’alta società. Personaggi come Maria Antonietta, Giuseppina di Beauharnais e persino la scrittrice Jane Austen apprezzavano particolarmente questi tessuti sottilissimi, usati per abiti, scialli e veli. In alcuni casi la trasparenza del materiale suscitò perfino polemiche morali: alcune cronache europee raccontano che certe donne aristocratiche venissero accusate di apparire quasi nude, tanto il tessuto risultava leggero e aderente.
Paradossalmente, proprio nel momento in cui la mussola conquistava il gusto europeo, il sistema che la produceva iniziò a disgregarsi. L’espansione del dominio britannico nel subcontinente indiano giocò un ruolo decisivo in tal senso. Dopo la conquista politica del Bengala nel XVIII secolo, la Compagnia delle Indie Orientali acquisì un controllo sempre più stretto sulla produzione tessile locale. Con la progressiva affermazione del dominio coloniale – che, ricordiamolo per dovere di cronaca, nel XIX secolo sarebbe culminato nel Raj britannico – l’economia della regione si riorganizzò per favorire gli interessi industriali britannici.

La compagnia commerciale impose agli artigiani nuove condizioni di produzione, privilegiando la quantità rispetto alla qualità e cercando di soddisfare la domanda europea. Allo stesso tempo, l’industria tessile britannica, alimentata dalla rivoluzione industriale, iniziò a produrre tessuti di cotone molto più economici. Sul mercato internazionale comparvero così versioni più grossolane della mussola, realizzate con cotone comune e con tecniche industriali. Il risultato fu devastante per gli artigiani bengalesi. I prezzi crollarono, molti tessitori abbandonarono il mestiere e nel giro di poche generazioni la conoscenza tradizionale necessaria per produrre la vera mussola di Dacca andò perduta. Anche la pianta di Phuti karpas, non più coltivata sistematicamente, scomparve gradualmente.

All’inizio del XX secolo la leggendaria stoffa era ormai quasi scomparsa. Alcuni esemplari sopravvivevano solo in collezioni private e nei musei, come testimonianze di una tradizione artigianale straordinaria ormai perduta. Tuttavia negli ultimi decenni alcuni studiosi e ricercatori bengalesi hanno cercato di ricostruire questa eredità. Tra questi vi è lo storico e imprenditore Saiful Islam, che ha avviato progetti per individuare possibili discendenti della pianta originaria e per recuperare le tecniche di lavorazione tradizionali. In alcune zone del Bangladesh hanno effettivamente identificato varietà di cotone molto simili al Phuti karpas, e alcuni artigiani stanno tentando di riprodurre, almeno in parte, le antiche tecniche di tessitura.




