Storia Che Passione
Jean Lafitte, il re pirata di New Orleans

Jean Lafitte, il re pirata di New Orleans

Definire i contorni di un personaggio storico come Jean Lafitte è molto, ma molto complicato, azzarderei impossibile. Questo perché il lascito del “re pirata” di New Orleans è al tempo stesso sfaccettato e contraddittorio. Le fonti lo dipingono adesso come un gentiluomo, ora come un testardo ma temibile corsaro (se non pirata), talvolta come contrabbandiere dalle spiccate abilità manageriali. L’essenza di ciò è ravvisabile nel tenore dei rapporti intrattenuti col giovane governo degli Stati Uniti d’America: in tempo di pace Washington diede caccia a Lafitte, ritenendolo un criminale e per questo un ostacolo alle attività economico-commerciali; in tempo di guerra, si servì dell’influenza del pirata, nonché delle sue disponibilità navali, per far fronte al nemico britannico. Proprio questa dualità rende la storia di Lafitte diversa dalle altre, forse…

Jean Lafitte, il re pirata di New Orleans

Siccome il buongiorno si vede dal mattino, parto col dire che dei primi anni di Jean Baptiste Lafitte non sappiamo niente. Poche, vaghe e inconciliabili sono le informazioni che le fonti biografiche a lui dedicate riportano. Quindi Lafitte prima è nato a Bordeaux, in Francia, nel 1780 (egli stesso lo afferma in un documento ufficiale del primo Ottocento, salvo poi cambiare versione pochi anni prima della sua morte); dopo sembra essere venuto alla luce a Bayonne, nei Pirenei francesi, però nel 1776. In alcune versioni compaiono altri luoghi natale, come St. Malo, Brest e Haiti. Una cosa sembra essere certa: nacque in Francia – o comunque in territorio sotto la sovranità francese – nell’ultimo quarto di XVIII secolo.

Andando oltre il luogo di nascita, le stesse fonti cosa ci dicono sul carattere, e dunque la personalità di Lafitte? Beh, da quello che si apprende, Lafitte doveva avere sangue aristocratico. Studiò assieme al fratello Pierre in un’accademia militare a Saint Kitts, nei Caraibi. Amava essenzialmente tre cose: vestire bene, essere un donnaiolo, giocare d’azzardo. Amalgamava il tutto con una notevole conoscenza delle lingue (madrelingua francese, parlante l’inglese, lo spagnolo e l’italiano), oltre che con astuzia e una forte propensione a stupire chiunque lo circondasse, dato che risultava un uomo dalle improbabili risorse.

Ora, le date spartiacque che dobbiamo tenere a mente e che si legano direttamente alla vicenda di Lafitte sono due: il 30 aprile 1803 e il 23 dicembre 1807, rispettivamente l’acquisto della Louisiana da parte del governo statunitense e l’entrata in vigore dell’Embargo Act, voluto dal Congresso degli Stati Uniti d’America e imposto a tutte le nazioni straniere. Perché questi due eventi sono importanti? Semplice, perché determinano i confini economico-giuridici entro i quali (e al tempo stesso, fuori dai quali) Jean Lafitte si ritrovò ad operare per un esclusivo tornaconto personale.

Jean Lafitte baia Barataria

Con l’assimilazione della Louisiana, la federazione americana si appropriava di uno scalo portuale fondamentale come quello di New Orleans, affacciato sul Golfo del Messico (sì Trump, Messico) e naturalmente proiettato sulla zona economica dei Caraibi. Mentre con l’Embargo Act del 1807, con cui gli USA vietavano il commercio con nazioni straniere, in particolare con il rivale Regno Unito, si creò un’opportunità per tutti coloro che, aggirando il provvedimento, fiutarono odore di affari. Illegali, ma pur sempre affari.

I fratelli Lafitte – Jean e Pierre – si stabilirono a sud di New Orleans, nella baia di Barataria, e qui costruirono dal nulla un impero commerciale pirata. Con la promessa di fare da tramite con i porti (teoricamente chiusi) della Louisiana, essi attirarono un’enorme massa di contrabbandieri intenzionati a introdurre merci negli USA. Detto in parole povere, intorno al 1810 Jean Lafitte gestiva un mercato nero senza eguali nel golfo. Schiavi, armi, tessuti e spezie rubati venivano venduti apertamente a New Orleans, rendendo i due fratelli ricchi e influenti tra l’élite locale. Ma se per il governo federale Lafitte era un ricercato, per la popolazione locale lui altro non era che un benefattore. Solo grazie al suo apporto, a New Orleans giungevano beni altrimenti vietati.

Il paradiso pirata prosperò per circa tre anni, fino allo scoppio della guerra del 1812. Questa vide contrapposti, nuovamente, americani e inglesi. Sfruttando i venti bellici, Washington smantellò manu militari il “regno pirata di Barataria” e si mise sulle tracce dei contrabbandieri. Mai e poi mai avrebbero immaginato di dover richiedere un domani l’aiuto del re pirata.

Jean Lafitte battaglia di New Orleans 1815

Il momento di svolta arrivò nel biennio 1814-15. Delegati britannici offrirono a Lafitte 30.000 sterline e un grado militare per aiutarli a invadere New Orleans. Poco probabile per un inaspettato patriottismo, verosimilmente per fiuto politico, finse di accettare ma avvertì gli americani. Il generale Andrew Jackson – che pochi mesi prima lo chiamava “bandito infernale” – aveva un bisogno disperato di uomini e polvere da sparo; ecco perché accettò l’aiuto di Jean Lafitte. Il contributo di Lafitte, in termini di uomini armati e navi a disposizione, fu decisivo per la vittoria americana nella battaglia di New Orleans (8 gennaio 1815). In cambio, ricevette la grazia presidenziale per tutti i suoi crimini passati.

Terminata la guerra, si ritornò allo status quo ante bellum, letteralmente. Lafitte alternò attività economiche oneste ad altre meno oneste. Impugnando una lettera di corsa (che opportunamente attribuiva ora agli americani, ora ai francesi e altrettanto spesso agli spagnoli), dava ordine di assaltare i mercantili che transitavano nel golfo. Per questo motivo, il governatore della Louisiana, William C.C. Claiborne, appose una taglia di 500 dollari sulla testa di Lafitte. Quest’ultimo poteva permettersi tutta la sfacciataggine del mondo e rispose mettendo a sua volta una taglia sulla testa del governatore (le fonti discordano sulla cifra; c’è chi dice 1.500 dollari, chi addirittura 5.000).

Dopo il 1817, la vita di Jean Lafitte entra in una fase di declino. Sempre dorato, ma violento. Ricevuta la grazia per i fatti di New Orleans, capì che la Louisiana stava diventando troppo “civilizzata” per i suoi affari. Lavorò come spia al soldo degli spagnoli durante la guerra d’indipendenza messicana. Occupò l’isola di Galveston (nell’attuale Texas, allora territorio conteso tra Spagna e rivoluzionari messicani). Qui vi fondò una colonia chiamata Campeche. Arrivò a ospitare oltre 1.000 persone, con case in legno, bische, bordelli e persino un sistema di governo rudimentale dove Jean agiva in qualità di governatore.

Jean Lafitte pirata corsaro

Il castello di carte era prossimo al crollo, e forse lui un po’ se lo aspettava. Nonostante Lafitte avesse ordinato di non toccare navi americane, i suoi capitani più indisciplinati ne affondarono diverse. Ciò inasprì l’ostilità del governo statunitense nei suoi confronti, rendendogli la vita più difficile ogni giorno che passava.

Nel maggio 1821, la nave americana USS Enterprise arrivò a Galveston. Al comando c’era il tenente Lawrence Kearney. Con sé portava un ordine secco: andarsene o essere distrutti. Jean Lafitte, capendo di non poter vincere una guerra contro gli USA, scelse un’uscita di scena a dir poco teatrale (almeno così la desiderano le versioni più romanzate). Pagò i suoi uomini, diede fuoco alla sua amata Maison Rouge (la villa-quartier generale delle sue operazioni) e all’intero insediamento. Infine salpò sulla sua nave ammiraglia, la Pride, scomparendo all’orizzonte.

Gli ultimi anni della sua vita sono avvolti dallo stesso alone di incertezza che contraddistinguono i primi passi. La versione più accreditata dagli storici lo vede attivo nel Golfo dell’Honduras. Durante il corso del 1823, durante un attacco a due navi mercantili spagnole pesantemente armate, Lafitte sarebbe rimasto ferito a morte nello scontro navale. I suoi lo gettarono in mare, riconsegnandolo all’elemento a cui appartenevano le sue fortune così come le sue disgrazie. Altri sostengono invece una sepoltura in una tomba anonima sulla costa dell’attuale Belize.

Avendo tralasciato – volutamente – le millemila leggende sulla sua figura (una lo vuole salvatore di Napoleone Bonaparte dall’esilio di Sant’Elena…), possiamo concludere così la ballata del re pirata di New Orleans.