Ne “Le carte di Benjamin Franklin” (“The Papers of Benjamin Franklin”, titolo originale), il padre fondatore degli Stati Uniti d’America inserì una lettera rivolta a un mercante con cui intratteneva un rapporto d’affari. La stessa deve interessarci per un piccolo inciso che Franklin fa. Così scrisse: «Quando un bimbo indiano viene portato tra di noi e abituato ai nostri costumi, se va a trovare i suoi parenti, non c’è poi modo di persuaderlo a tornare. Quando una persona bianca viene presa come prigioniera degli indiani da giovane, e vive per un po’ tra di loro, anche venisse riscattata dai suoi amici e trattata con tutta la tenerezza possibile per indurla a stare tra gli inglesi, comunque in poco tempo sarà disgustata dal nostro stile di vita […]. Coglierà la prima opportunità per scappare di nuovo». Avvalendomi di queste parole, introduco la storia poco esplorata degli “indiani bianchi” nell’America del XVII secolo.

In passato trattammo il fenomeno, purtroppo radicato nel tessuto sociale delle colonie britanniche (e non solo) in America, del rapimento dei bambini nativi e della conversione forzata a cui vennero sottoposti per vivere in un contesto sostanzialmente e formalmente diverso da quello a cui erano abituati. Quest’oggi invece approfondiremo lo stesso identico principio, esercitato tuttavia dai nativi nei confronti delle comunità puritane delle colonie britanniche in Nord America, in particolare in Massachussetts e New England.
Risulta nondimeno fondamentale contestualizzare – storicamente e geograficamente – le trame secondo cui procedette questa tendenza. Non farlo significherebbe banalizzare un fenomeno di lungo corso, riducendolo ad una contesa tra culture impossibilitate a conciliarsi, perciò esclusivamente interessate a farsi la guerra. Ma la storia, e questo lo ripeterò finché avrò fiato e voglia, è sempre più complessa di come appare a prima vista.
Nei primi decenni del Seicento, i puritani inglesi fondarono le colonie della Nuova Inghilterra (New England) sulla costa nord-orientale americana. L’egemonia delle comunità osservanti il puritanesimo durò qui all’incirca cento anni, fino agli albori del XVIII secolo. Per definizione, i puritani si dichiaravano insoddisfatti dalla tolleranza in Gran Bretagna delle pratiche associate alla Chiesa di Roma. Quindi si professava contrarietà al lassismo cattolico o a quello delle altre confessioni cristiane.

L’ossessione puritana riguardava la purezza della fede. A cascata, quest’ultima impregnava ogni aspetto della vita, dall’alimentazione alla sfera sessuale, passando per le maniere sociali, il lavoro, l’intrattenimento, l’educazione, le dinamiche tra gruppi sociali, ecc. La parola d’ordine per i puritani del New England era “rigidità“. Tale comportamento si applicava alla perfezione in due casistiche: l’educazione impartita ai bambini e il ruolo marginale a cui la donna era obbligata.
Avendo bene a mente il quadro delle cose, introduciamo adesso il tema dei white indians, ovvero gli indiani bianchi. Anzitutto è cosa buona e giusta specificare come indiani bianchi ci si diventasse, e non si nascesse tali. La domanda sorge spontanea: chi poteva affrontare questa trasformazione? I bambini dei puritani.
I nativi americani adottarono come strategia di battaglia – da calare nel contesto delle cosiddette guerre indiane, a bassa ma costante intensità, che percorsero i secoli di tutta la tarda età moderna – quella del rapimento dei bambini bianchi. Farlo comportava dei vantaggi. Solitamente essi li integravano nelle tribù. Poteva essere un modo per sostituire i membri perduti, insegnando ai nuovi arrivati lingua e usanze locali. Spesso trattati bene, molti si adattavano a questa seconda vita, diventando membri effettivi della comunità e talvolta rifiutando di tornare alla società coloniale originaria quando ne avevano l’opportunità.

È quanto ci viene detto da Benjamin Franklin nella sua opera. Dunque torniamo alla citazione iniziale, perché attraverso la stessa è possibile analizzare in profondità il fenomeno storico. La riflessione di Franklin è del 1753, ma è adattabile al secolo e mezzo che la precede. Essa tocca il contrasto tra la rigidità dottrinale del New England puritano e la struttura sociale dei nativi americani. Potrebbe sembrare una sintetica differenza di costumi, ma c’è molto di più in ballo.
Mi piace definirlo uno scontro tra due concezioni opposte di libertà e comunità. Cerco di spiegarmi. Nelle colonie puritane, il dogma del peccato originale scandiva la vita di tutti i giorni. I bambini affrontavano un’educazione che aveva il sapore di una disciplina ferrea, poiché alla base persisteva un ragionamento religioso che a noi pare distorto, ma che a quell’epoca andava per la maggiore. Secondo quest’ultimo, l’animo dei più piccoli era da considerarsi intrinsecamente ribelle, perciò da “spezzare” con la rigidità dell’insegnamento per il bene della loro vita terrena.
Al contrario, molte nazioni algonchine e irochesi (come i Mohawk, che non cito a caso, adesso capirete perché) praticavano un’educazione basata sull’osservazione e l’autonomia, dove le punizioni corporali erano quasi inesistenti e il legame comunitario prevaleva sulla gerarchia patriarcale.

I Mohawk si legano indissolubilmente alla vicenda di Eunice Williams. Nel 1707 i membri di questa tribù rapirono la bambina di 11 anni nata da una famiglia puritana a Deerfield, oggi in Massachusetts. Senza farla troppo lunga, la ragazza imparò presto a vivere tra i nativi, adottò la loro lingua e le loro usanze. A nulla servirono i richiami della famiglia, e più nello specifico del padre (reverendo fra l’altro): lei decise autonomamente di restare fra i Mohawk.
Il caso di Eunice Williams è emblematico perché scosse profondamente la società del tempo. Suo padre, il reverendo John Williams, dedicò il resto della sua vita a tentare di “redimerla”. Vedeva nel rifiuto della figlia non solo un tradimento familiare, ma una caduta spirituale nel “paganesimo”. Ora, per Eunice e molti altri prigionieri, la società dei nativi offriva qualcosa che il puritanesimo negava categoricamente: una mobilità sociale basata sul merito e, soprattutto per le donne, un ruolo politico e decisionale all’interno dei clan.
Nelle tribù della Confederazione Irochese, ad esempio, le donne anziane sceglievano i capi e gestivano l’agricoltura. Godevano di un’indipendenza inimmaginabile per una donna del Massachusetts, la cui esistenza era legalmente e socialmente assorbita da quella del padre o del marito.
La “fuga” verso lo stile di vita dei nativi rappresentava quindi una liberazione dalle pene menzionate da Franklin. Ne cito solo alcune fra queste: lo stress della proprietà privata, la competizione sociale e l’ossessione per la salvezza eterna garantita solo dal lavoro incessante. Benjamin Franklin, con la sua consueta lucidità pragmatica alla quale ormai siamo abituati, riconosceva che una volta assaporata una libertà che non richiedeva la costante repressione dei propri istinti e desideri, tornare alla “civiltà” appariva ai riscattati come rientrare in una prigione dorata. Questa dinamica invertiva completamente la retorica coloniale della “superiorità civile“. Dimostrazione abbastanza esplicita che la felicità umana cercava – e cerca – spesso rifugio lontano dai rigidi schemi socio-culturali, ieri del puritanesimo, oggi chi lo sa.




