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L'infernale disastro della Deepwater Horizon

L’infernale disastro della Deepwater Horizon

Il 20 aprile 2010 il Golfo del Messico – sì Trump, Golfo del Messico – fu teatro di uno dei più devastanti disastri ambientali mai registrati: l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. In pochi minuti un impianto tecnologicamente avanzato, emblema dell’industria energetica mondiale, si trasformò in una torcia in fiamme. Non solo, poiché dopo quell’aprile di 15 anni fa, la vicenda è diventata un monito permanente dei rischi connessi all’estrazione di idrocarburi in acque profonde.

L'infernale disastro della Deepwater Horizon

La piattaforma, una gigantesca struttura semisommergibile costruita per operare in condizioni estreme, era di proprietà della compagnia Transocean e gestita in affitto dalla British Petroleum (BP), colosso dell’energia britannico. Dal 2009 era impegnata nella perforazione di un pozzo esplorativo denominato Macondo Prospect. Questo era situato a circa 60 chilometri dalla costa della Louisiana e a una profondità di oltre 1.500 metri. L’obiettivo era quello di raggiungere un vasto giacimento di petrolio sepolto a più di 5.000 metri sotto il fondale marino.

La sera del 20 aprile 2010 tutto sembrava procedere normalmente. Il pozzo era quasi completato e la squadra di tecnici stava per procedere alla chiusura temporanea del condotto; ordinaria operazione di routine. Tuttavia, dietro la calma apparente si celava una serie di errori tecnici, ritardi nei controlli e scelte gestionali dettate più dall’urgenza economica che dalla prudenza.

Alle 21:49, dopo alcune ore di anomalie nei sistemi di pressione, una miscela di acqua, fango e gas metano risalì violentemente lungo il condotto di trivellazione. Il metano, compresso a profondità elevata, si espanse rapidamente al contatto con la superficie e, disperso nell’atmosfera della piattaforma, trovò un innesco elettrico. In pochi secondi, la Deepwater Horizon fu avvolta da un’enorme esplosione seguita da un incendio che le squadre a bordo non riuscirono a domare.

Deepwater Horizon piattaforma incendio

L’inferno di fuoco durò più di 36 ore. Undici lavoratori persero la vita, diciassette rimasero feriti. Il 22 aprile, due giorni dopo l’esplosione, la struttura cedette e affondò lentamente nelle acque del Golfo, trascinando con sé il pozzo esplorativo e innescando un disastro ambientale di proporzioni titaniche.

Le indagini successive misero in luce una catena di negligenze e di scelte aziendali scellerate. Le ispezioni di sicurezza erano state rimandate, i test di pressione sui condotti non avevano fornito risultati affidabili. Persino le valvole di sicurezza – in particolare il blowout preventer, il dispositivo progettato per sigillare il pozzo in caso di emergenza – risultarono difettose e mal mantenute.

BP, già nota per violazioni alle norme di sicurezza (più di 760 sanzioni registrate tra il 2007 e il 2010 dall’agenzia OSHA), aveva imposto ritmi serrati e tagli ai costi per rispettare le scadenze contrattuali e limitare le spese. In pratica, si sacrificò la sicurezza dei lavoratori e la stabilità dell’impianto sull’altare dell’efficienza economica.

Deepwater Horizon acque contaminate

Durante i processi che seguirono, la compagnia ammise parzialmente le proprie responsabilità, ma riuscì a evitare condanne penali pesanti grazie a una lunga serie di accordi extragiudiziali. Fu dopo l’affondamento della piattaforma che la vera tragedia ebbe inizio. Il pozzo Macondo, situato a oltre 1.500 metri di profondità, iniziò a riversare in mare quantità colossali di petrolio grezzo. Nei primi giorni BP tentò di minimizzare la gravità della situazione, parlando di “perdite limitate”, ma le immagini satellitari raccontavano un’altra storia. Una macchia nera in espansione copriva decine di migliaia di chilometri quadrati di oceano.

Per 87 giorni, fino al 15 luglio 2010, il pozzo continuò a riversare petrolio. In totale, secondo le stime ufficiali, furono sversati circa 780.000 metri cubi di greggio. Solo per fare un paragone che già conosciamo, si tratta di una quantità superiore di oltre dieci volte a quella dell’Exxon Valdez in Alaska, nel 1989. Le operazioni di contenimento tanto complesse quanto disperate. Ci si avvalse di robot subacquei, cupole di contenimento, pozzi di soccorso, iniezioni di fango e cemento. Ogni tentativo sembrava fallire, finché finalmente un sistema di chiusura ermetica riuscì a sigillare la falla.

Deepwater Horizon mappa macchia di petrolio Golfo del Messico

L’impatto ambientale fu catastrofico. Le acque del Golfo del Messico, già fortemente sfruttate dall’industria petrolifera, vennero contaminate per oltre 7.000 chilometri di costa. Ne risentirono gli ecosistemi della Louisiana, del Mississippi, dell’Alabama e della Florida.

Milioni di uccelli marini, tartarughe, delfini e pesci morirono a causa dell’intossicazione da idrocarburi. I fondali, intrisi di sedimenti tossici, rimasero compromessi per anni. Le comunità di pescatori del Golfo videro crollare le proprie economie, mentre i turisti abbandonavano le spiagge ormai annerite da una patina di petrolio. Anche a distanza di dieci anni, nel 2020, studi indipendenti hanno rilevato la presenza di idrocarburi in diverse specie ittiche della zona, sebbene a livelli considerati non pericolosi per la salute umana. Tali residui testimoniano la persistenza di un inquinamento cronico che il mare non ha ancora del tutto smaltito.

Deepwater Horizon danno ecosistema

L’inchiesta federale che seguì all’incidente stabilì con chiarezza la responsabilità primaria della BP, accusata di “grave negligenza”. Appositi tribunali condannarono la compagnia a pagare oltre 50 miliardi di dollari in risarcimenti e multe. La cifra più alta mai imposta per un disastro ambientale. I fondi servirono a coprire i costi delle operazioni di bonifica, i risarcimenti ai lavoratori, alle aziende di pesca, alle nazioni coinvolte e alle comunità costiere colpite.

Ma, nonostante l’enormità delle cifre, il caso Deepwater Horizon non produsse quel cambiamento sistemico che molti speravano. Le promesse di riforma fatte dal presidente Barack Obama (il quale istituì una commissione d’inchiesta per rivedere le normative di sicurezza offshore) si infransero negli anni successivi contro la pressione delle lobby petrolifere. La prima amministrazione di Donald Trump ha allentato o del tutto annullato molte delle restrizioni introdotte dopo il disastro.