Fotografia di Ladislav Luppa, Košice, Cecoslovacchia occupata, 11 novembre 1938. L’ammiraglio Miklós Horthy, reggente del Regno d’Ungheria, de facto capo di Stato ungherese, sfila a cavallo nella città occupata di Košice. Si comprende immediatamente come la scena immortalata debba vantare un fortissimo simbolismo (per fini propagandistici) e come, per questo motivo, sia studiata al dettaglio. Dimostrazione di come nulla doveva esser lasciato al caso, soprattutto in momenti così concitati e topici, avvisaglie dirette di ciò che di lì ad un anno sarebbe accaduto in Europa e nel mondo.

Prima di effettuare una contestualizzazione storica, preferirei concentrarmi sullo scatto di Ladislav Luppa. Al centro dell’inquadratura, leggermente avanzato rispetto agli altri, Miklós Horthy cavalca un cavallo bianco, indossando l’uniforme militare. Dietro e ai lati si dispongono reparti di cavalleria e fanteria ungherese, mentre la folla osserva ai margini della strada lastricata. L’arco monumentale decorato con bandiere e drappi domina lo sfondo urbano.
All’apparenza un semplice addobbo, ma ad uno sguardo più attento sovviene l’idea di un apparato celebrativo (benché temporaneo), costruito per solennizzare un evento politico presentato col termine di “ritorno” e non di “occupazione“. L’insieme richiama volutamente un ingresso trionfale, direi di ascendenza ottocentesca, in cui la figura del capo di Stato assume tratti quasi monarchici, pur in assenza di un re.

In che senso “ritorno” e non “occupazione”? Tutto si spiega partendo dalla collocazione cronologica dello scatto. Il mese di novembre del 1938 rappresenta il frangente storico in cui si diede avvio alla progressiva dissoluzione della Cecoslovacchia per volontà delle potenze revisioniste dell’Europa centro-orientale. Revisioniste dei trattati stipulati post Prima guerra mondiale, ovviamente.
In seguito alla Conferenza di Monaco (29-30 settembre 1938), che sancì la cessione dei Sudeti alla Germania naz.sta, anche l’Ungheria avanzò rivendicazioni territoriali sui territori slovacchi e ruteni abitati da minoranze magiare. Rivendicazioni che giocoforza trovarono soddisfazione nel Primo Arbitrato di Vienna, risalente al 2 novembre 1938. Ad imporlo furono le due principali potenze dell’Asse: Germania e Italia. Berlino e Roma assegnarono all’Ungheria vaste porzioni della Slovacchia meridionale e della Rutenia subcarpatica, tra cui la città di Košice (Kassa in ungherese).

L’ingresso di Horthy a Košice, avvenuto pochi giorni dopo, fu accuratamente coreografato come un atto di “giustizia storica”. Basta osservare i proclami della propaganda del regime ungherese. Questi presentarono l’evento come la correzione di un torto subito con il Trattato di Trianon del 1920.

Ritornando per un attimo al fatto che nulla fosse lasciato al caso, è un concetto rafforzato persino dal cavallo bianco su cui Horthy cavalca. Esso richiama consapevolmente l’immaginario del condottiero e del restauratore dell’ordine, rafforzando l’idea di una continuità storica e nazionale spezzata e ora ricomposta. In realtà, dietro la retorica del “ritorno alla madrepatria”, si celava una complessa realtà etnica e politica. Già, poiché Košice era una città multilingue e multiculturale, abitata da slovacchi, ungheresi, ebrei e tedeschi, ecc…

Questo episodio segna uno dei momenti più emblematici del revisionismo territoriale ungherese tra le due guerre. Inoltre mostra come la crisi della Cecoslovacchia non fu solo il risultato dell’aggressività tedesca, ma anche delle ambizioni di altri Stati dell’area, pronti a inserirsi nel nuovo ordine imposto dall’Asse.




