Fotografia di anonimo, Tiwinza, Ecuador, febbraio 1995. Un’unità di soldati ecuadoriani stanziati nell’avamposto di Tiwinza si mette in posa sopra una scritta che a caratteri cubitali recita “NI UN PASO ATRAS” (“non un passo indietro”). Lo slogan circolò parecchio durante la guerra del Cenepa, un conflitto armato di cui si sente parlare pochissimo e che coinvolse Ecuador da una parte e Perù dall’altra. In termini strettamente storici e giuridici, si può definire quella del Cenepa come l’ultima guerra interstatale combattuta tra due Stati sovrani del Sudamerica, finora…

26 gennaio e 28 febbraio del 1995. Questi sono gli estremi cronologici della guerra del Cenepa, scoppiata tra i governi di Quito e Lima essenzialmente per delle contese territoriali di confine. Fattori come una durata limitata nel tempo, l’assenza di una formale dichiarazione di guerra, un numero di vittime tutto sommato contenuto e la partecipazione di due paesi non proprio costantemente sulla bocca dei media internazionali, contribuirono a far passare in secondo, anzi, in terzo piano il conflitto nell’America latina.
Contese territoriali si è detto, ma di quale entità? Allora, le radici del conflitto affondano lontano nel tempo. Il problema, mai del tutto risolto, stava nella delimitazione dei confini amazzonici tra Perù ed Ecuador. Già la guerra del 1941 aveva avuto come oggetto queste aree. Il Protocollo di Rio de Janeiro del 1942 avrebbe dovuto chiudere definitivamente la disputa. Il condizionale è tutto un programma.

In realtà, quel trattato lasciava irrisolti nodi cruciali, soprattutto nella regione montuosa e boscosa del bacino del fiume Cenepa, dove lo spartiacque naturale risultava difficile da individuare e da tracciare sul terreno. L’Ecuador, nel 1960, arrivò a dichiarare nullo il protocollo, sostenendo che non fosse applicabile in modo coerente. Da allora la frontiera rimase una ferita aperta. Una ferita che le presidenze di Jamil Mahuad, lato ecuadoriano, e di Alberto Fujimori, lato peruviano, ci tennero ad allargare ulteriormente.

Nel gennaio 1995 la situazione degenerò in un vero conflitto, combattuto in un ambiente estremamente ostile, la foresta amazzonica, che rese le operazioni militari complesse e costose. I combattimenti furono circoscritti ma intensi, coinvolsero aviazione, artiglieria e truppe specializzate, e misero seriamente alla prova le capacità militari di entrambi i Paesi.

Proprio per questo, e per il rischio che lo scontro potesse allargarsi, la comunità internazionale intervenne rapidamente. Argentina, Brasile, Cile e Stati Uniti, garanti del Protocollo di Rio, imposero di fatto un cessate il fuoco. Poco dopo favorirono l’inizio dei negoziati che, dopo anni di trattative, portò nel 1998 alla firma dell’Acta di Brasilia. Con quell’accordo Perù ed Ecuador accettarono finalmente la demarcazione completa del confine. Nel ’98 ha conosciuto la sua fine una delle dispute territoriali più longeve dell’emisfero occidentale.




