Storia Che Passione
Accadde oggi: 3 marzo

Accadde oggi: 3 marzo

Almanacco del 3 marzo, anno 1944: sulla linea Battipaglia-Metaponto, in provincia di Potenza, si verifica in piena notte il disastro di Balvano. Quello del 3 marzo 1944 è ricordato come l’incidente ferroviario più grave della storia italiana per numero di vittime, oltre che per essere stato uno dei sinistri più tragici dell’epoca contemporanea. Il treno merci treno merci 8017 non subì un attentato, né fu coinvolto in qualche tipo di incidente, magari con un’altra locomotiva. Non deragliò, né ebbe dei guasti tali da impedirne il funzionamento. Dunque quali furono le cause dell’incidente? Negligenza e morfologia del territorio.

Accadde oggi: 3 marzo

Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 1944 si consumò il disastro di Balvano, in Basilicata. Accadde in un tratto montano isolato e costellato di gallerie, dove il treno merci 8017 rimase intrappolato nella galleria Delle Armi trasformandosi in una camera a gas improvvisata.

Il momento storico, l’avrete capito, non era dei più tranquilli. Un veloce rimando serve anche a comprendere il perché dei tanti silenzi che si rincorsero attorno alla vicenda. Vi erano due Italie: a sud il cosiddetto Regno del Sud sotto controllo alleato, a nord la Repubblica Sociale Italiana. Fame, mercato nero e spostamenti disperati segnavano la quotidianità. Quel convoglio, partito da Napoli il 2 marzo (inizialmente numerato 8015 e rinominato 8017 a Battipaglia), pur essendo un merci trasportava tra le 600 e le 700 persone. In gran parte erano campani diretti verso l’entroterra lucano per cercare viveri da barattare.

La linea era tra le più difficili della rete, con forti pendenze, rotaie spesso umide, gallerie lunghe e scarsamente ventilate. Gli stessi macchinisti conoscevano il rischio di intossicazione da monossido di carbonio e adottavano precauzioni rudimentali, come coprirsi il volto con panni bagnati.

Dopo l’8 settembre ’43 erano gli Alleati ad amministrare le ferrovie meridionali. A Salerno e Battipaglia si tentò senza successo di far scendere i passeggeri clandestini. Il treno proseguì sovraccarico, con due locomotive a vapore in testa, invece che distribuite tra testa e coda. Soluzione quest’ultima che avrebbe almeno attenuato l’accumulo dei fumi. A ciò si aggiunse un peso complessivo probabilmente superiore ai limiti consentiti e l’impiego di carbone di qualità scadente, ricco di scorie, che produceva maggiori esalazioni tossiche.

3 marzo galleria delle armi

Dopo la mezzanotte il convoglio sostò a Balvano, restando per quasi un’ora con parte dei vagoni già dentro una galleria. I passeggeri cominciarono a respirare aria viziata, per non dire venefica, ancora prima di entrare nel tunnel, lungo oltre un chilometro e notoriamente poco areato. Pochi minuti prima vi era transitata un’altra locomotiva, saturandone l’atmosfera.

Intorno all’una, il treno affrontò la salita, ma le ruote slittarono. Uno dei macchinisti cercò di forzare la marcia in avanti, l’altro tentò la retrocessione. La mancanza di comunicazione tra le cabine e l’assetto anomalo delle macchine generarono movimenti contrari. Quando il convoglio arretrò, il frenatore in coda applicò il freno manuale come da regolamento, immobilizzando definitivamente il treno quasi interamente dentro la galleria.

Le locomotive, ancora in pressione, continuarono a bruciare carbone e a sprigionare monossido di carbonio. I primi a cadere furono probabilmente i macchinisti; uno solo sopravvisse perché svenne all’esterno della cabina, in prossimità di un filo d’aria. Nei carri chiusi, centinaia di persone morirono nel sonno o mentre tentavano di fuggire verso l’uscita.

L’allarme fu dato solo alle cinque del mattino; i soccorsi arrivarono verso le sette e trovarono una scena apocalittica. Le stime ufficiali parlarono di 521 vittime, ma testimonianze coeve suggeriscono cifre superiori. Gianluca Barneschi, avvocato e scrittore romano che ha contribuito enormemente ad una più limpida comprensione degli eventi, parla di 626 morti.

3 marzo disastro di Balvano 1944

L’assenza di elenchi certi rende impossibile un conteggio definitivo. Molti corpi non furono identificati e furono sepolti in una fossa comune presso il cimitero di Balvano, su un terreno donato da un privato dopo che si era persino ipotizzata la cremazione collettiva. Le autorità alleate imposero la censura per evitare allarmismi in una popolazione già provata; l’inchiesta attribuì la causa principale al carbone scadente, chiudendo senza responsabilità penali.

Solo nel dopoguerra la vicenda emerse gradualmente dall’oblio, anche grazie a ricostruzioni documentarie come quelle del già nominato Barneschi. Il disastro di Balvano del 3 marzo 1944 fu una miscela di errori tecnici, concretizzatisi anche per la misera portata dalla guerra, per il sovraffollamento causato da chi cercava, in qualche modo, di sopravvivere. Certo, poi ci furono le scelte operative discutibili e i ritardi nei soccorsi. Questa somma fatale di concause trasformò una linea secondaria dell’Appennino nel teatro di una delle più grandi tragedie civili del Novecento, italiano e internazionale assieme.