Almanacco del 31 marzo, anno 1909: con il riconoscimento serbo dell’annessione asburgica della Bosnia-Erzegovina, termina quella che la storiografia definisce “crisi bosniaca”, evento considerato fra le cause indirette dello scoppio della Prima guerra mondiale. Solitamente per i mesi che corrono dall’ottobre 1908 al marzo 1909 si dedica un piccolo paragrafetto per giustificare i motivi delle tensioni balcaniche, delle successive guerre, e in definitiva del primo conflitto mondiale. Oggi invece spenderemo ben più di qualche parola su evento che, almeno a suo tempo, fece sobbalzare gli animi di tutto il Vecchio Continente e temere per un’atroce guerra su larga scala.

La narrazione tuttavia non può prendere avvio dal termine di quel primo decennio del XX secolo. Facendo un passo indietro nel tempo, tocchiamo il 1878, anno del Congresso di Berlino. Sui tavoli diplomatici della capitale tedesca, si decise che l’Impero austro-ungarico avrebbe amministrato i territori della Bosnia ed Erzegovina. Tutto molto bello, se non fosse per il fatto che la provincia fosse formalmente sotto sovranità dell’Impero ottomano.
Una situazione abbastanza paradossale alla quale Vienna decise di trovare una soluzione – non di compromesso, per carità – il 6 ottobre 1908. Come? Proclamando unilateralmente l’annessione di quei territori balcanici. Il gesto non fu scevro di conseguenze: una situazione che sì, era giuridicamente ambigua, ma relativamente stabile, evolvette in una crisi internazionale. Le grandi potenze del continente (quindi del mondo), drizzarono le orecchie. C’erano guai in vista nei Balcani, la polveriera d’Europa.
Ora, per comprendere la portata di questa scelta bisogna considerare la fragilità della regione. La Bosnia-Erzegovina era un territorio attraversato da forti tensioni nazionali, in particolare per la presenza di una popolazione slava che guardava con crescente interesse alla Serbia. Quest’ultima, infatti, considerava la Bosnia parte integrante della propria sfera nazionale e coltivava l’ambizione di riunire sotto la propria guida tutti gli slavi del sud. Belgrado percepì l’annessione come un affronto diretto, oltre che una minaccia esistenziale.

All’interno della Duplice monarchia, la questione bosniaca si intrecciava con un problema strutturale: la difficoltà di gestire le molteplici identità nazionali. A Vienna si iniziò a discutere della creazione di un terzo polo statale che affiancasse Austria e Ungheria e che riunisse i sudditi slavi. Ma il crescere dell’agitazione panserba e il timore di perdere il controllo della provincia spinsero il ministro degli Esteri Alois von Aehrenthal verso una soluzione radicale: per l’appunto, l’annessione formale.
Un elemento decisivo (e inatteso, visto il gioco delle alleanze) fu rappresentato dall’iniziativa russa. Il 2 luglio 1908 il ministro degli Esteri dello zar Aleksandr Izvol’skij propose ad Aehrenthal un accordo informale. In poche parole, la Russia avrebbe accettato l’annessione della Bosnia-Erzegovina in cambio dell’appoggio austriaco all’apertura degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli alle navi da guerra russe. Non se ne fece nulla di quella proposta, ma resta il dato di fatto, ovvero che la Russia tentò un avvicinamento diplomatico con la Corona degli Asburgo.

Pochi giorni dopo, la rivoluzione dei Giovani Turchi nell’Impero ottomano accelerò gli eventi. A Vienna si temeva che il nuovo corso costituzionale potesse portare a una rivendicazione più decisa della sovranità ottomana sulla Bosnia o addirittura a una sollevazione locale. Aehrenthal doveva spingere per una decisione netta, e lo fece. Dopo un incontro con Izvol’skij nel settembre 1908 (di cui non esiste un verbale condiviso, quindi ognuno se la canta come vuole) l’Austria-Ungheria passò all’azione.
Per rafforzare la propria posizione, Vienna favorì anche un’altra violazione del sistema di Berlino. In quel di Sofia governava un principe viennese, Ferdinando di Sassonia-Coburgo Gotha, anche se la Bulgaria restava nominalmente parte della galassia ottomana. Aehrenthal scisse a Ferdinando e quest’ultimo annunciò l’indipendenza della Bulgaria (5 ottobre 1908). Il giorno successivo, l’imperatore Francesco Giuseppe annunciò ufficialmente l’annessione della Bosnia-Erzegovina. Il fatto compiuto era ormai irreversibile.

La reazione fu immediata e violenta, soprattutto in Serbia. La mobilitazione militare, la convocazione dell’assemblea nazionale e la nascita di organizzazioni come la Narodna Odbrana (indipendentisti serbi entro i territori asburgici) testimoniano il livello di tensione raggiunto. A ciò si aggiungano fattori quali le manifestazioni popolari, una retorica nazionalista accesissima e le richieste di sostegno internazionale. Come trasformare una crisi internazionale in un detonatore di guerra…
E sul piano internazionale? Ecco cosa accadde: la Russia, inizialmente contraria all’annessione, si trovò isolata e incapace di reagire efficacemente. Izvol’skij tentò di ottenere il sostegno di Francia e Gran Bretagna, ma senza successo. Londra, in particolare, rimase fredda, anche per divergenze pregresse con la Russia. In questa situazione di debolezza, l’Impero tedesco intervenne con decisione a fianco dell’Austria-Ungheria. Il cancelliere Bernhard von Bülow sostenne Vienna senza riserve e arrivò a esercitare una forte pressione diplomatica su San Pietroburgo.

Il momento culminante si ebbe nel marzo 1909, quando la Germania pose di fatto un ultimatum alla Russia, chiedendo una risposta chiara sull’annessione. Di fronte al rischio di un conflitto per il quale non era preparata, lo zar Nicola II cedette, accettando la situazione senza ottenere contropartite. Fu una vera e propria umiliazione diplomatica, che ebbe ripercussioni profonde sulla politica interna russa.
La Serbia, privata dell’appoggio russo, fu costretta a fare altrettanto. Il 31 marzo 1909 riconobbe l’annessione e si impegnò a normalizzare i rapporti con l’Austria-Ungheria, ponendo fine alla crisi. Tuttavia, la soluzione fu solo apparente. Il risentimento serbo non si attenuò, anzi si radicalizzò, mentre l’Austria-Ungheria uscì rafforzata ma sempre più invischiata nella questione balcanica.




