Almanacco del 23 marzo, anno 1989: i chimici Martin Fleischmann e Stanley Pons annunciano durante una conferenza stampa all’Università dello Utah di aver realizzato la fusione fredda. L’annuncio genera un enorme clamore mediatico, oltre che l’ovvia speranza di una fonte di energia pulita e illimitata. Quello del 23 marzo 1989 è da considerarsi tuttavia un annuncio controverso e problematico, per motivi che approfondiremo nelle seguenti righe.

Le radici della vicenda risalgono agli anni ’70, quando Martin Fleischmann studiava il comportamento del palladio, un metallo capace di assorbire grandi quantità di idrogeno e dei suoi isotopi. Dobbiamo compiere lo sforzo di immaginare il palladio come una sorta di “spugna” metallica. Qualcosa in grado di trattenere gas all’interno della propria struttura cristallina. Da questa proprietà nacque un’ipotesi audace: comprimendo gli atomi di deuterio nel reticolo del metallo, forse sarebbe stato possibile avvicinarli abbastanza da superare la repulsione elettrostatica e innescare una reazione di fusione nucleare. Forse…
All’inizio degli anni ’80, Fleischmann e il suo allievo Stanley Pons cercarono di verificare questa idea costruendo una cella elettrolitica. Il dispositivo era relativamente semplice: due elettrodi, uno di palladio e uno di platino, immersi in acqua pesante e attraversati da corrente elettrica. Durante l’elettrolisi l’acqua pesante si separava in ossigeno e deuterio, che veniva assorbito dal palladio. Secondo i due ricercatori, il sistema produceva più calore di quanto fosse spiegabile con una normale reazione chimica. Essi interpretarono questo eccesso energetico come la prova indiretta che nel metallo stesse avvenendo una fusione nucleare a bassa temperatura. Dicasi: fusione fredda.

Il problema principale era che una vera reazione di fusione produce segnali inequivocabili: neutroni, raggi gamma ed elio. Fleischmann e Pons non riuscirono però a rilevare questi prodotti in quantità significativa. Mentre cercavano conferme sperimentali, entrò in scena il fisico statunitense Steven E. Jones della Brigham Young University, che stava conducendo ricerche simili ma con un approccio diverso. Il suo gruppo non si concentrava sul calore prodotto, bensì sulla possibile emissione di neutroni. I risultati erano minimi e incompatibili con l’idea di una fusione nucleare reale.
A questo punto la vicenda assunse i tratti di una competizione scientifica. Chi fosse riuscito a dimostrare per primo l’esistenza della fusione fredda avrebbe ottenuto enorme prestigio, finanziamenti e probabilmente brevetti. Jones propose una collaborazione e perfino la pubblicazione simultanea dei risultati sulla rivista Nature, ma il clima tra i gruppi di ricerca era ormai teso. Fleischmann e Pons temevano di essere battuti sul tempo e decisero di muoversi autonomamente.
Il momento decisivo arrivò proprio il 23 marzo 1989, quando i due scienziati annunciarono la scoperta in una conferenza stampa, prima ancora che i loro risultati fossero sottoposti al normale processo di revisione scientifica. L’articolo venne pubblicato poco dopo nel Journal of Electroanalytical Chemistry, ma mancava di molti dettagli fondamentali per replicare l’esperimento. Questo modo di procedere violava una consuetudine fondamentale della scienza moderna: le scoperte devono essere verificabili e riproducibili prima di essere proclamate.

L’annuncio ebbe un impatto enorme. I media parlarono di una possibile rivoluzione energetica, i governi e le industrie mostrarono interesse e numerosi laboratori nel mondo tentarono immediatamente di ripetere l’esperimento. Nel giro di pochi mesi, però, emerse un problema decisivo. Perché nessun gruppo di ricerca riusciva a ottenere gli stessi risultati?
Nel 1990 diversi studi indipendenti confutarono definitivamente l’ipotesi della fusione fredda. Tra le verifiche più citate vi fu quella guidata dal fisico Michael H. Salamon, che analizzò gli esperimenti senza trovare alcuna evidenza di fenomeni nucleari. Anche l’esame delle barre di palladio utilizzate nei test non rivelò tracce significative di elio. La conclusione della maggior parte della comunità scientifica fu che il presunto eccesso di calore derivasse da errori di misura o da fenomeni chimici non compresi.




