Fotografia dell’Associated Press, Washington D.C., USA, 20 maggio 1948. George Gillette, presidente del Consiglio Tribale di Fort Berthold, rappresentante eletto delle Tre Tribù Affiliate (la federazione delle Nazioni Mandan, Hidatsa e Arikara) piange disperato nell’ufficio del Segretario degli Interni USA, Julius Krug. Il momento che la fotografia dell’AP cattura è emblematico del rapporto asimmetrico esistente tra il governo statunitense e i nativi americani. Quella del 20 maggio ’48 fu la firma del contratto per la vendita forzata di circa 616 km² di terra tribale nel North Dakota per la costruzione della diga di Garrison.

«Firmiamo questo contratto con il cuore pesante. Con pochi graffi di penna venderemo la parte migliore della nostra riserva. In questo momento il futuro non ci sembra roseo.»
Queste le esatte parole che George Gillette pronunciò in quella triste mattinata. Parole che assumono un peso specifico enorme solo quando si ha ben chiaro il quadro dell’evento storico. La diga di Garrison oggi è uno sbarramento artificiale in terrapieno posizionata sul fiume Missouri. I suoi 3,2 km di lunghezza la rendono la quinta diga più grande del mondo. Il Corpo di Ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti (USACE) si incaricò della sua realizzazione, iniziata nel 1947 e portata a termine sette anni dopo, nel 1954. L’inaugurazione avvenne però nel 1953, alla presenza del presidente Dwight D. Eisenhower.
Ciò fu possibile solo dopo quella firma. In uno scarabocchio su un documento ufficiale s’incanalava oltre un millennio di dimora permanente delle Tre Tribù Affiliate. Un’estesa e duratura linea temporale interrotta così, in un giorno di maggio del 1948. Gillette non aveva altra scelta che assecondare le richieste del governo, poiché, in caso di resistenza, Washington avrebbe agito secondo modalità ben più coercitive.

La diga di Garrison faceva parte di un progetto di controllo delle inondazioni e di produzione di energia idroelettrica lungo il fiume Missouri. Il governo degli Stati Uniti aveva bisogno di acquistare 152.360 acri (dunque 616,6 km²) di terreni paludosi nella riserva di Fort Berthold che sarebbero stati allagati dalla creazione del lago Sakakawea. Queste terre erano di proprietà delle Tre Tribù Affiliate.

Le proteste delle Nazioni coinvolte ci furono, ma alla fine si procedette con l’esproprio forzato. Le circa 900 famiglie coinvolte nella confisca ottennero una remunerazione, ma persero il 94% del terreno coltivabile. Una catastrofe senza eguali nella loro millenaria storia. La legislazione definitiva sull’insediamento negò il diritto delle tribù di utilizzare la costa del bacino idrico per il pascolo tradizionale, la caccia, la pesca o altri scopi. Tra cui lo sviluppo dell’irrigazione e i diritti di royalty su tutti i minerali del sottosuolo all’interno dell’area del bacino idrico.

Naturalmente non va considerato solo l’aspetto economico e produttivo della vicenda, ma anche quello socio-culturale. Il dislocamento demografico eradicò i tradizionali legami tribali sino ad allora esistiti. Inoltre aumentò esponenzialmente il grado di dipendenza dei nativi americani del North Dakota nei confronti del governo federale. La fotografia dell’AP è diventata un simbolo del dolore e delle ingiustizie subite dalle popolazioni indigene americane a causa del progresso forzato.




