Storia Che Passione
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Foto del giorno: il naufragio del Karluk

Fotografia di Robert A. Bartlett, da qualche parte a nord dell’isola di Wrangler, Circolo Polare Artico, 1914. Il Karluk era un brigantino statunitense che, acquistato dal Canada, divenne la nave ammiraglia della sfortunata Spedizione Artica Canadese. Perché sfortunata? Perché si incagliò nei ghiacci, andò alla deriva, si schiantò e affondò. E delle 25 persone a bordo, 11 morirono.

Come e perché naufragò il Karluk?

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Crediti foto: @Robert A. Bartlett , Public domain, tramite Wikimedia Commons

La storia del Karluk in realtà iniziò nel 1884. Il brigantino, costruito presso il cantiere navale di Matthew Turner a Benicia, in California, era destinato a fungere da nave da appoggio per la pesca del salmone in Alaska. Era lunga 39 metri, larga 7 metri e con un peso di 321 tonnellate di stazza lorda (247 se tonnellate di stazza netta). Alimentata a vela e dotata di un motore a vapore, nel 1892 la trasformarono in una baleniera. Per l’occasione rivestirono prua e lati con legno di ferro australiano.

Nel 1913 il governo del Canada la acquistò e la Karluk divenne la nave ammiraglia della Spedizione Artica Canadese. Come capitano fu nominato Robert Bartlett. Da subito il capitano sollevò perplessità in merito all’idoneità della nave. Non solo non l’avevano costruita per sopportare la pressione dei ghiacci, ma c’erano anche dubbi in merito alla potenza del motore: sarebbe stata in grado di crearsi un passaggio attraverso il ghiaccio?

Ovviamente la riallestirono a causa della variazione del suo scopo originario, ma anche dopo le “migliorie” il motore aveva la cattiva abitudine di rompersi di continuo. Tanto che John Munro, ingegnere capo della Karluk, ne parlò come di una “caffettiera di motore… che non intendeva funzionare per più di due giorni di fila”.

Ma ormai la spedizione era stata organizzata. A guidarla c’era l’antropologo canadese Vilhjalmur Stefansson, il quale voleva ottenere sia dati scientifici che geografici. L’idea alla base era che la Karluk sarebbe andata verso nord, partendo dalla costa del Canada, fino a che non avesse trovato terra o non fosse rimasta bloccata fra i ghiacci.

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Crediti foto: @Bartlett & Hale, Public domain, Wikimedia Commons

Il team voleva esplorare tutte le terre in cui si sarebbe imbattuta. Se non ne avesse trovate, avrebbe seguito il bordo del ghiaccio verso est, cercando di svernare a Banks Island o a Prince Patrick Island. Nel caso il ghiaccio avesse intrappolato la nave, ecco che il gruppo si sarebbe dedicato allo studio delle correnti artiche, conducendo anche ricerche oceanografiche. Nel frattempo, si sarebbero anche svolti studi antropologici e ricerche geologiche.

Oltre al capitano e all’equipaggio, sulla nave si sarebbero imbarcati anche diversi scienziati famosi. Fra costoro, gli unici due ad avere esperienze polari erano Alistair Forbes Mackay, l’ufficiale medico (aveva viaggiato in Antartide con la spedizione Nimrod di Sir Ernest Shackleton) e James Murray, l’oceanografo di Stefansson.

Con a bordo equipaggio e scienziati, la Karluk salpò dall’Alaska il 13 luglio 1913. Non senza qualche problemino. Alcuni scienziati si lamentarono del fatto che, mentre loro viaggiavano sulla Karluk, la loro attrezzatura si trovava su un’altra nave. Ma per Stefansson non c’erano problemi: tutto si sarebbe risolto automaticamente quando le navi fossero arrivate al punto di incontro sull’isola di Herschel.

Tuttavia il 13 agosto, quando si trovava ancora a più di 320 km di distanza dalla sua destinazione, ecco che la Karluk rimase bloccata fra i ghiacci del pack. Qui la nave iniziò ad andare alla deriva, soprattutto verso ovest. Il che la allontanò dall’isola di Herschel.

Il 19 settembre Stefansson e altri membri dello staff decisero di partire per una battuta di caccia della durata di dieci giorni. Nonostante tutte le menti geniali a bordo, però, nessuno pensò a un piccolissimo problema: il ghiaccio trascinò con sé la Karluk, portandola sempre più verso ovest. Il che significò che Stefansson e il suo gruppetto di cacciatori non riuscirono a tornare alla nave.

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Crediti foto: @Bartlett & Hale, Public domain, Wikimedia Commons

Così non rimase loro che dirigersi via terra verso Cape Smythe, dalle parti di Point Barrow. La Karluk intanto continuava ad andare alla deriva, schiacciata sempre di più fra i ghiacci. Il 10 gennaio 1914 la nave s incagliò, iniziando a imbarcare acqua e affondando il giorno dopo. Pare che il capitano Bartlett rimase a bordo fino all’ultimo, suonando musica a tutto volume sul suo Victrola e bruciando poi i dischi dopo aver finito.

Tutte le persone a bordo, quindi equipaggio, personale scientifico e cacciatori Inuit, dovettero trasferirsi sul ghiaccio. Si trattava di 22 uomini, 1 donna, 2 bambini, 16 cani e 1 gatto. Allestirono poi un campo temporaneo, chiamato Campo del Naufragio, preparando anche un piano di marcia per cercare di raggiungere l’isola di Wrangler, la terra più vicina.

Il campo era formato da due rifugi, un igloo di neve con tetto di tela e un igloo costruito con casse da imballaggio. In quest’ultimo inserirono anche una cucina con una grande stufa. Per gli Inuit, fu costruito un piccolo rifugio a parte. Il perimetro dell’accampamento fu delimitato con sacchi di carbone e svariati contenitori.

Un gruppetto di quattro persone andò in avanscoperta, ma non arrivò mai a destinazione. Questo gruppo fu trovato morto sull’isola di Herald, diversi anni dopo. Un altro gruppo di quattro persone, fra cui anche l’esploratore britannico James Murray, provò poi a raggiungere la terraferma, staccandosi dal gruppo principale. E anche di loro si persero tutte le tracce: nessuno li vide mai più. Solo in 17 riuscirono a raggiungere l’isola, ma altre 3 persone morirono prima che i soccorsi riuscissero ad arrivare nel settembre 1914.