Perché costruire una cattedrale nel deserto, quando puoi farci un cinema? Sì, un cinema nel deserto! Concentriamo la nostra attenzione sul cuore arido e sconfinato del Sinai. Qui, nella penisola storicamente contesa da imperi, potenze regionali e stati nazionali, si può scorgere un luogo surreale. Anzi, secondo me la descrizione adatta è fornita da un articolo di giornale, vecchio di oltre vent’anni, che lo indica come “presenza fuori posto in un tempo sospeso”. Perché è quello che è scontato pensare quando si osservano le fotografie del “Cinema alla fine del mondo” (“End of the World Cinema”).

Persino sulle mappe satellitari, il posto lascia intravedere la sua ossatura tipica. Ci sono le sedie di legno disposte a fila, una platea e uno schermo pronto per la proiezione. Certo, poi fanno il loro sporco compito il vento che copre di sabbia gli oggetti e il sole che li brucia, rendendoli più vecchi e malmessi di quanto non lo siano in realtà. Le mille domande che sovvengono osservando la scena hanno tutte una risposta… Quasi tutte, ecco. Proverò a fornirle.
Il Cinema alla fine del mondo si trova quindi nella penisola del Sinai, vicino a Sharm el-Sheikh, in Egitto. A suo modo, è la palese rappresentazione del proverbiale sogno infranto. Era ambizione di un ricco imprenditore francese (di cui purtroppo il nome resta ignoto, forse per la gran figuraccia fatta) quella di costruire un cinema in cui potersi recare per vedere un film sotto il cielo stellato. A livello costruttivo e logistico, non ci fu alcun problema di sorta. La realizzazione del progetto proseguì a passo spedito, inceppandosi intorno al 2000.

All’alba del terzo millennio, una concatenazione di problemi tecnici, ostacoli burocratici e difficoltà pratiche impedirono l’apertura del cinema nel deserto. Nessun film, nessun pubblico. Solamente tanti soldi spesi inutilmente. A voler scendere più nel dettaglio, si può prendere per buona la ricostruzione offerta dal fotografo estone Kaupo Kikkas, forse il primo ad affrontare la storia del Cinema del Sinai con spirito critico e con una certa metodologia.
Kikkas sostiene che il giorno dell’inaugurazione (collocata tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001) tutto andò storto. Il generatore d’energia sul quale si poggiava tutto l’impianto smise di funzionare. Il fotografo dice che si trattò quasi sicuramente di un sabotaggio, orchestrato dalle autorità competenti del Cairo.

Si pensa che fossero scontente dell’intraprendenza dell’imprenditore francese e del mancato coinvolgimento di lavoratori egiziani. Ma è una teoria, nulla più. Oggi il cinema nel deserto vive una seconda vita, quella di luogo d’interesse turistico, al limite fra il clandestino e il tacitamente permesso.




