Fotografia di Steve McCurry, Weligama, Sri Lanka, 1995. Un gruppo di pescatori di Weligama sono all’azione al largo della costa. Lo scatto vi sarà parso, probabilmente almeno una volta nella vita, di fronte agli occhi. Non è un caso, visto che si tratta di un capolavoro della storia della fotografia. Non solo per la sua forza estetica, ma perché concentra in un singolo fotogramma un intreccio complesso di tradizione, povertà, trasformazioni economiche e costruzione dell’immaginario globale. C’è tutto, e di questo “tutto” è interessante discutere nei seguenti paragrafi.

Steve McCurry stesso ha rilasciato numerose interviste in cui racconta la genesi della fotografia, poi intitolata “pescatori di Weligama”. Da queste dichiarazioni sappiamo che l’episodio originò in un contesto quasi del tutto casuale. Viaggiando lungo la costa meridionale dello Sri Lanka, rimase colpito da una scena a suo avviso incredibile. Un’immagine sospesa tra realtà tangibile e visione onirica.
Decine di uomini, immobili su pali sottilissimi conficcati nel mare, pescavano all’alba come se fossero parte del paesaggio stesso. Per comprendere davvero quella pratica, il fotografo non si limitò a uno scatto rapido. Andò oltre, metaforicamente e letteralmente. Entrò in acqua, immergendosi fino al petto; restò con loro per oltre un’ora e mezza; osservò i movimenti, la luce che cambiava, il ritmo lento e silenzioso di una pesca che sembrava quasi una coreografia.

L’immagine che ne nacque restituisce proprio questa sospensione. I pescatori di Weligama sembrano effettivamente fluttuare sopra l’oceano. Fra di loro possono apparire isolati, eppure qualcosa, una sorta di equilibrio invisibile e condiviso, li riunisce. Prendo in prestito le parole di un critico che ne sa molto più del sottoscritto. Roberto Koch dice che McCurry riesce a trasformare un’attività durissima e precaria in una visione di armonia ed eleganza, quasi una danza. L’operazione estetica è potentissima, ma non neutra.
Dietro la fotografia, infatti, c’è una realtà molto meno poetica. Qui vi sorprenderò. A differenza di altre tradizioni in questa sede trattate (come la viticoltura georgiana o la strabiliante raccolta del miele himalayano), la pesca su palo non è affatto un’usanza antichissima.

Le fonti concordano nel collocare la sua nascita nel secondo dopoguerra, come risposta alla mancanza di barche e al sovraffollamento degli scogli lungo la costa. I pali, conficcati nel reef, permettevano di pescare piccoli sgombri e aringhe senza spaventare i banchi di pesce. Era, ed è, una soluzione ingegnosa. Vero, ma anche un segno di estrema povertà.
Già a metà degli anni ’90, un rapporto della FAO segnalava che questa pratica era limitata a una ristretta area del distretto di Galle e coinvolgeva poche centinaia di famiglie, tutte con condizioni di vita molto difficili. Il guadagno giornaliero, allora come oggi, resta bassissimo. Spesso inferiore al salario minimo nazionale. Il lavoro, inoltre, è stagionale, fisicamente logorante e fortemente dipendente dalle condizioni del mare.

McCurry stesso, osservando i pescatori, comprese che stava documentando un mondo destinato a scomparire. Mi verrebbe da fare il parallelo con i lavori siciliani di Salgado. Molti giovani abbandonavano già allora la pesca per cercare impiego nel turismo, settore in rapida crescita lungo la costa.
Paradossalmente, è stata proprio la sua fotografia ad accelerare questa trasformazione: l’immagine ha reso Weligama un luogo iconico, attirando viaggiatori e fotografi da tutto il mondo. Oggi, in molti casi, i pescatori sui pali non pescano più davvero. Posano per i turisti in cambio di un’offerta, trasformando un gesto di sopravvivenza in una performance.




