Fotografia di anonimo, Cinisi, provincia di Palermo, Italia, luglio 1950. In questa fotografia dei primissimi anni ’50, scattata durante la festa di Santa Fara a Cinisi, sembra di vedere una normale scena di paese. Gli ingredienti ci sono tutti: una celebrazione religiosa, famiglie che si riversano lungo la strada, bambini che indossano l’unico vestito “bello” che hanno e che stringono le mani ai padri.

Eppure, col senno di poi, questa singola immagine è diventata uno dei documenti più potenti e inquietanti della storia dell’antimafia italiana. A sinistra c’è un bambino di pochi anni, nato nel 1948, che guarda il mondo con l’ingenuità propria dell’infanzia. Si chiama Peppino Impastato. Accanto a lui, a guidarlo, c’è il padre Luigi, uomo inserito nei circuiti mafiosi locali, parte di quel sistema di relazioni, silenzi e complicità che a Cinisi, come in gran parte della Sicilia occidentale, costituiva l’ossatura del potere reale.
Sulla destra della fotografia compare un’altra figura chiave, Gaetano Badalamenti. Il boss che negli anni successivi diventerà uno dei principali referenti di Cosa nostra nel traffico internazionale di droga.

Tiene per mano suo figlio Vito, e il gesto, apparentemente identico a quello di Luigi Impastato, rivela in realtà un universo di significati. È la trasmissione del potere, l’educazione all’appartenenza, la continuità di un dominio che si perpetua di generazione in generazione. La festa patronale, Santa Fara per l’appunto, è un momento di identità collettiva, certo, come di sacralità popolare. Ma è anche il luogo in cui la mafia si mostra, si legittima socialmente, si confonde con la comunità fino a diventare invisibile.
La fotografia del 1950 racchiude esattamente tale contraddizione, drammatica per noi, normalissima per chi viveva in quell’epoca. Peppino nasce e cresce dentro quel mondo, ne respira l’aria, ne subisce il peso familiare e sociale. Nulla, in quell’istante fissato dall’obiettivo, lascia presagire che quel bambino romperà radicalmente con l’ambiente da cui proviene, arrivando a sfidare pubblicamente proprio l’uomo che nella foto appare come una figura autorevole e rispettata.

Rileggere oggi il senso dello scatto significa coglierne il valore simbolico. Sembra uno spaccato sociale di un paese siciliano qualunque (e in effetti così fu). Tuttavia lo dobbiamo interpretare come una sorta di “fotogramma originario” di una tragedia civile. In pochi metri di spazio convivono il futuro militante assassinato, il padre legato a Cosa nostra e il boss che ne ordinerà l’uccisione.
La storia successiva, strutturata sulla rottura familiare, sull’impegno politico, su Radio Aut e sulla denuncia pubblica di Badalamenti, sull’assassinio del 9 maggio 1978, è già tutta lì, compressa in una scena che all’epoca appariva innocua.




