Storia Che Passione
Accadde oggi: 14 gennaio

Accadde oggi: 14 gennaio

Almanacco del 14 gennaio, anno 1953: Josip Broz Tito viene eletto Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Manterrà la carica per 27 anni, fino al giorno della sua morte. L’episodio fu di fatto l’investitura ufficiale (quella ufficiosa risaliva agli anni di guerra) con cui il Maresciallo Tito prese in mano le redini della Jugoslavia federale e socialista.

Accadde oggi: 14 gennaio

Veloce preavviso: qui di seguito non ripercorreremo la storia del Maresciallo Tito durante quella seconda metà del Novecento. Diversamente, cercheremo di vedere in che modo la sua persona plasmò a proprio piacimento il senso e le prerogative della carica presidenziale jugoslava, adattandola di volta in volta alle necessità contingenziali e al panorama politico interno ai Balcani federati. La data dalla quale dover partire, tuttavia, non è il 14 gennaio 1953, bensì il 7 marzo 1945.

In quel giorno, a Belgrado si instaurò un governo provvisorio di volontà nazionale, sorretto sulle armi dei partigiani titini e sul peso istituzionale della monarchia (questo aspetto lo trattammo un po’ di tempo fa approfondendo la parabola di Pietro II Karađorđević). Il cosiddetto accordo di Lissa resse fin quando fece comodo agli Alleati e ai comunisti jugoslavi. Nell’ottobre di quell’anno già poteva dirsi decaduto.

14 gennaio Tito e Ribar

Deposto Pietro II in absentia – scontava ancora l’esilio – venne ufficialmente proclamata la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia. Ad assumersi le responsabilità di Capo di Stato fu Ivan Ribar, mentre Tito accettò la nomina di Primo ministro. La Jugoslavia si dotò di una nuova Costituzione nel 1946, modellata sull’esperienza sovietica e pensata per un potere formalmente collettivo. Anche se nella pratica lasciava ampi margini alla leadership, ergo, al Maresciallo.

Fino al 14 gennaio 1953 resse questo particolare schema in cui il potere concreto era tanto nelle mani di Tito quanto in quelle di un assemblea direttoriale di cui Ribar era il presidente nominale. Le cose cambiarono col terzo anno del nuovo decennio. Il vertice politico e amministrativo della Federazione jugoslava aggiornò la carta costituzionale. Infatti la storiografia parla proprio di una “Costituzione del 1953” riferendosi a quella promulgata il 13 gennaio e resa effettiva il giorno successivo.

Cosa conteneva questa nuova legge fondamentale? Il Presidium (retto da Ribar, ricordiamo) e il governo vennero aboliti e sostituiti da due nuovi organi esecutivi: il Presidente della Repubblica e il Consiglio esecutivo federale. Il punto cruciale era che il Presidente della Repubblica diventava anche Presidente del Consiglio esecutivo, concentrando nelle proprie mani funzioni di capo dello Stato e di capo del governo. Il giorno successivo alla promulgazione della riforma, Tito divenne Presidente. Dal 14 gennaio 1953 la sua autorità, maggioritaria fino ad allora, divenne totale e, cosa più importante, costituzionalmente consacrata.

14 gennaio biglietto da visita Tito

Negli anni successivi, la carica presidenziale si adattò all’evoluzione del sistema jugoslavo, che dopo la rottura con Stalin del 1948 aveva intrapreso una via autonoma al socialismo. Una strada tracciata sull’autogestione, sul non allineamento internazionale e su un delicato equilibrio federale. Tito rimase il perno di questo sistema. Garante dell’unità interna, arbitro tra le repubbliche, volto internazionale della Jugoslavia nel Movimento dei Paesi Non Allineati.

Un ulteriore passaggio fondamentale avvenne con gli emendamenti costituzionali del 30 giugno 1971. Quest’ultimi ridussero le competenze della federazione in materia legislativa ed economica e rafforzarono sensibilmente l’autonomia delle repubbliche e delle province autonome. In questo contesto, la Presidenza della Repubblica trasformò se stessa in un organo collettivo. Progressivamente divenne un’entità dotata di iniziativa politica e legislativa, pensata per funzionare anche oltre la figura di Tito.

Sì, ma c’era un trucco. Il Maresciallo mantenne una posizione del tutto peculiare, poiché fu contemporaneamente Presidente della Repubblica e Presidente della Presidenza. Capito? Incarnò di fatto sia il vertice personale sia quello collegiale dello Stato.

14 gennaio Tito discorso al parlamento

La Costituzione del 1974 superò questa ambiguità. La nuova carta rafforzò ulteriormente il federalismo jugoslavo, concedendo alle province autonome della Serbia (Voivodina e Kosovo) prerogative “quasi” paragonabili a quelle delle repubbliche. Allo stesso tempo, sancì in modo esplicito il ruolo unico di Tito. La Jugoslavia lo riconobbe come presidente a vita, col testo costituzionale che accolse fra le sue righe il nome di Josip Broz Tito.

Alla morte del Maresciallo, il 4 maggio 1980, la presidenza personale si estinse e divenne operativa la struttura prevista dalla Costituzione del 1974. Tutti i poteri presidenziali passarono alla Presidenza della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, un organo collegiale composto da otto membri: uno per ciascuna delle sei repubbliche e uno per ciascuna delle due province autonome. Questo organismo fungeva da capo di Stato collettivo, con una presidenza a rotazione annuale, nel tentativo di preservare l’equilibrio federale e impedire l’emergere di una nuova figura dominante.

A voler stendere un ragionamento in retrospettiva, verrebbe da pensare come la storia della carica presidenziale jugoslava rifletta abbastanza bene le tensioni interne del progetto statale. Sì, dato che nacque come funzione collettiva. Poi si trasformò nel 1953 in uno strumento di potere personale al servizio di Tito. Infine la riconvertirono in un meccanismo collegiale pensato per sopravvivere alla scomparsa del capo. Proprio l’assenza di una figura capace di sostituirne l’autorità carismatica renderà evidente, negli anni successivi, quanto la stabilità della Jugoslavia fosse stata legata indissolubilmente alla sua persona.