Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications e realizzato dai ricercatori del Massachusetts Institue of Technology hanno rivelato gli ingredienti segreti che tutti aspettavano di scoprire. No, non quelli della Coca Cola, bensì quelli del calcestruzzo autoriparante di Pompei.
La ricetta del calcestruzzo di Pompei

Uno dei motivi per cui l’architettura degli antichi Romani è arrivata fino a noi in quantitativi così abbondanti è proprio l’utilizzo del calcestruzzo romano. Quello che però non è ben chiaro è come i Romani abbiano creato un calcestruzzo così resistente da sopravvivere ancora oggi. Rispetto ai materiali usati oggi, quell’antico calcestruzzo gli dava un milione di giri!
Ebbene, questo studio è riuscito a svelare quali ingredienti componessero tale materiale. E per fare ciò hanno esaminato le stanze di un antico cantiere abbandonato dagli operai durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
Quando il Vesuvio eruttò, alcuni operai stavano riparando una casa nel centro della città. Gli operai cercarono di fuggire, lasciando dietro di sé i materiali che stavano utilizzando. E fra di essi figuravano piastrelle da riciclare e anfore per il vino riutilizzate per trasportare materiali da costruzione.

Proprio il materiale secco ritrovato in questi contenitori ha permesso di scoprire parecchi dettagli interessanti. Analizzando i materiali trovati del sito, ecco che i ricercatori hanno trovato frammenti molto piccoli di calce viva. La calce viva è un’ossido di calcio che si ottiene riscaldando calcare altamente puro (carbonato di calcio).
Il processo di miscelazione del calcestruzzo stava avvenendo direttamente nell’atrio di questa casa. Gli operai, infatti, miscelavano sul posto calce secca macinata con pozzolana, una cenere vulcanica. Aggiungevano poi acqua, attivando una reazione chimica esotermica che produceva calore. Si parla di una “miscelazione a caldo”, la quale produce un tipo di calcestruzzo diverso da quello che troviamo in ferramenta.

Aggiungendo acqua alla calce viva, infatti, si ottiene la calce spenta, la quale genera calore. All’interno della calce spenta i ricercatori hanno trovato piccolo “clasti di calcio” non disciolti. Questi conservavano intatte le proprietà reattive della calce viva. Questo vuol dire che se nel calcestruzzo si formavano delle crepe, ecco che i clasti di calce ancora attivi reagivano a contatto con l’acqua, riparando le crepe.
Praticamente i Romani usavano una sorta di calcestruzzo autoriparante, capace di guarire se stesso. Entro certi limiti, ovvio. Anche alcuni resoconti di Plinio il Vecchio indicano che i Romani usavano questa miscelazione a caldo, sfruttando la reazione esotermica sviluppatasi quando la calce viva entrava a contatto con l’acqua.




