Fotografia del Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, Nemi (Roma), Italia, primi anni ’30. Una coda apparentemente interminabile di curiosi si allinea per osservare da vicino la maestosità di una delle due navi di Nemi. Le imbarcazioni romane d’età imperiale – databili al principato di Caligola (37 – 41 d.C.) – per oltre un quadriennio, dal 1928 al 1932, furono al centro del dibattito scientifico, archeologico e storico italiano. Questa fotografia ci suggerisce perché, ma cerchiamo di vederci chiaro.

A cavallo fra anni ’20 e ’30 del Novecento, per volontà diretta di Benito Muss.lini, si decise di prosciugare parzialmente il piccolo lago vulcanico di Nemi, a sud di Roma, per riportare alla luce i relitti che, secondo la tradizione locale, giacevano sul suo fondo da quasi due millenni. Le fonti antiche – tra cui è giusto quantomeno Svetonio – narravano che l’imperatore Gaio Cesare Augusto Germanico (che per comodità chiamiamo da sempre Caligola), avesse fatto costruire due enormi imbarcazioni di legno riccamente decorate, destinate non alla navigazione, ma al culto della dea Diana Nemorensis, la divinità tutelare del luogo. Ah, sì, forse anche per fastosi ricevimenti imperiali…
Le dimensioni delle due navi erano imponenti: la prima misurava circa 70 metri per 20, la seconda 73 per 24. Erano veri e propri “palazzi galleggianti“. Dotati quest’ultimi di pavimenti a mosaico, colonne di marmo, sistemi idraulici e persino di una forma rudimentale di riscaldamento (dove l’abbiamo già sentita questa… sì, Archimede e la Syrakósia). Gli archeologi rimasero sbalorditi nel trovare cuscinetti a sfera di piombo e tubature, sempre di piombo, per l’acqua calda e fredda. Ulteriore dimostrazione di quanto fosse avanzata l’ingegneria romana.

L’idea di prosciugare il lago nacque dal recupero di un antico condotto romano, costruito per drenare le acque verso la pianura. Attraverso un complesso sistema di pompe, progettato dall’ingegnere Guido Ucelli, il livello del lago fu progressivamente abbassato di oltre venti metri, liberando milioni di metri cubi d’acqua. Il 10 giugno 1931, tra gli applausi di tecnici, autorità e giornalisti, emerse la prima nave; la seconda fu riportata alla luce pochi mesi dopo. Il Times di Londra descrisse la scena come “una delle più grandi emozioni mai vissute nella storia dell’archeologia”.
Le navi, benché danneggiate dai secoli e dai precedenti tentativi di recupero, apparivano ancora maestose. La loro struttura, sostenuta da impalcature in ferro e legno, attirò migliaia di visitatori. Chiunque celebrò l’impresa praticamente come un trionfo dell’ingegno italiano e come il simbolo della “rinascita romana”. Una rinascita che il regime dittatoriale intendeva evocare per fini propagandistici. Per custodire i relitti, fu costruito il Museo delle Navi Romane di Nemi, inaugurato nel 1936, una struttura avveniristica per l’epoca.

Tutto molto bello, poi arrivò la guerra, cercata dallo stesso regime che tanto si era impegnato nella preservazione dei beni archeologici in questione. Nella notte del 31 maggio 1944, durante le ultime fasi della Seconda guerra mondiale, un incendio (le cui cause, c’è da dirlo, non si conoscono con precisione) distrusse completamente entrambe le imbarcazioni. Le versioni ufficiali parlarono di un rogo accidentale innescato da colpi di artiglieria tedesca o americana, ma non mancarono sospetti di sabotaggio. Solo alcune parti metalliche, frammenti di mosaici e reperti minori si salvarono dalle fiamme.

Nel dopoguerra, si ricostruì il museo, che riaprì le porte nel 1953. Oggi esso conserva modelli in scala, bronzi originali e ricostruzioni parziali basate sui rilievi effettuati dalla Marina Militare e dagli archeologi G. Gatti e Ucelli prima della distruzione. All’esterno del museo si trova una riproduzione a grandezza naturale dello scafo, che permette ai visitatori di immaginare la magnificenza delle navi perdute.
La fotografia con cui ho voluto introdurvi al discorso, dunque, non è solo un documento visivo di un’impresa tecnica senza precedenti, diventa molto altro. Pensiamola come la testimonianza di un momento in cui l’archeologia, la politica e il mito di Roma antica si fusero in una grande narrazione di potenza e modernità. Salvo poi bruciare fra le disgrazie causate dalla più grande catastrofe che abbia mai colpito il nostro Paese. Dietro quelle linee ordinate di uomini e donne che ammirano lo scheletro di una delle due navi di Nemi, si cela l’eco di un passato imperiale (e imperialistico) che il Novecento italiano volle, per un attimo, giusto il tempo di vent’anni, riportare alla luce.




