Fiumi di inchiostro, pellicole cinematografiche e fitti misteri riguardano la famiglia dei Romanov e la loro tragica fine. La storia della famiglia più discussa della Rivoluzione russa è ben nota, al contrario di quella di Casa Ipat’ev, ultima residenza dei Romanov. La casa in questione era la residenza di un mercante di Ekaterimburg che, durante la frettolosa fuga del 1918, ospitò Nicola II e la sua famiglia. Quelle mura si sporcheranno presto di sangue reale ma saranno intrise di storia, una storia che oggi vedremo più da vicino.

Ben prima della citata Rivoluzione Russa, nel 1880, a Ekaterimburg un ufficiale militare commissionava la costruzione di una ricca casa a due piani. Dopo diversi anni e diversi passaggi di proprietà, intorno al 1908, la residenza ebbe il suo proprietario più celebre: Nikolaj Nikolaevič Ipat’ev. Un ingegnere militare andava ad abitare un luogo destinato a rimanere nella storia e nella memoria collettiva della sua nazione. Questa importanza deriva da quello che sarebbe successo da lì a breve.
A fine aprile del 1918, quando la rivoluzione dell’anno precedente si andava consolidando, Ipat’ev ricevette una convocazione. Il Soviet degli Urali imponeva al militare di lasciare la sua abitazione, chiamata evocativamente “casa dallo scopo speciale“. Il 30 aprile, pochi giorni dopo l’incontro, lo Zar Nicola II, la moglie, il figlio, le 4 figlie e un breve seguito, vi si stanziarono provvisoriamente. La permanenza durò fino al 17 luglio di quello stesso anno, data di morte dei Romanov tutti.

Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 infatti la polizia segreta guidata da Jakov Jurovskij entrò a Casa Ipat’ev e sterminò l’ex famiglia reale e il loro seguito. Degli undici uomini che componevano il plotone d’esecuzione, ben sette erano ungheresi appena arruolati. Il motivo era semplice: i rivoluzionari temevano che un plotone composto da soli russi avrebbe potuto avere qualche remore nell’assassinare quelli che fina a poco tempo prima erano i suoi monarchi. E in effetti tutto filò liscio, o quasi tutto.
Da quel momento infatti, come nei primi anni della sua esistenza, la Casa cambiò diverse destinazioni d’uso: Museo della Rivoluzione, poi istituto agrario e poi di nuovo museo antireligioso. Nel 1946 il Partito Comunista ne prese possesso e, trenta anni dopo, la iscrisse nella lista dei monumenti rivoluzionari. C’era però un piccolo problema: i visitatori che si recavano sul posto dell’assassinio dell’ultimo Zar, già da anni, in maniera segreta e nascosta, vi lasciavano fiori e altri omaggi.

La situazione divenne imbarazzante per il Partito che, seppur provava a reprimere ed evitare questi gesti, non vi riusciva. Alcuni nostalgici dello zarismo, addirittura, si recavano nottetempo sul luogo dell’esecuzione e lasciavano di nascosto dei fiori. Un piccolo gesto rivoluzionario non accettato da coloro che fecero della rivoluzione il loro motivo di esistere. Alle soglie del sessantesimo anniversario della morte dei Romanov (nel 1978), il Politburo preferì prevenire che curare. Il 27 luglio del 1977, con ordine non condiviso da parte Boris El’cin, Casa Ipat’ev veniva distrutta per sempre. Al suo posto, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo in Russia, nascerà la Cattedrale del Sangue, nuovo luogo di pellegrinaggi, questa volta non repressi.




