Il 79 d.C. e il 1680. L’impero di Roma sotto la dinastia Flavia e la Cina imperiale dei mancesi Qing. L’eruzione del Vesuvio e l’esondazione del Fiume Giallo. Parallelismi storici, nessi più o meno forzati fra due realtà così distanti nel tempo e nello spazio eppure così simili nella disgrazia di chi ha perso la vita e nell’euforia di chi può lucrare – scientificamente, culturalmente, turisticamente – sulla stessa. I casi sono quelli di Pompei, arcinoto e oggi preso solo come asettico punto di riferimento, e di Sizhou, che del municipium campano porta l’eredità (anche se discutibile, adesso vedremo perché).

Capita sempre più spesso che chi si occupa di divulgazione definisca Sizhou – sito archeologico nella contea di Xuyi, e più precisamente nel perimetro dell’odierno centro urbano di Huai’an, Cina orientale – la “Pompei cinese“. L’associazione è vantaggiosa, perché richiama a sé gli eventi mediterranei del I secolo d.C., perciò è fonte d’attrazione turistica. Eppure esistono delle differenze sostanziali che invero ho già sottolineato in apertura. Laddove fu il magma a sommergere la sontuosa città ai piedi del Vesuvio, per Sizhou l’annientamento ricadde sotto forma di acqua e fango. Miscela distruttiva offerta dal Fiume Giallo, il corso d’acqua che nelle cronache orientali vecchie di secoli veniva chiamato il “dolore della Cina“.
La città sorgeva in una zona strategicamente centrale per i commerci fluviali cinesi. Nel pezzo di terra incavato tra i bacini del Fiume Giallo e del Fiume Azzurro. Nel XVII secolo, sotto il regno dell’imperatore Kangxi della dinastia Qing (in teoria lui lo conosciamo già, ricordate?), Sizhou era un nodo commerciale e amministrativo di primo piano. Lo favorivano la rete di canali e le vie fluviali che collegavano il nord e il sud dell’impero. La posizione privilegiata era però anche la sua condanna. Il Fiume Giallo, noto per le sue frequenti deviazioni di corso e per le piene catastrofiche, rappresentava una minaccia costante.

Nel 1680, dopo un periodo di piogge eccezionalmente intense, il fiume ruppe gli argini con una violenza senza precedenti. In poche ore, un’enorme massa di acqua, limo e argilla invase la città, sommergendo strade, edifici e mura. L’accumulo di sedimenti fu tale da seppellire completamente l’abitato, cancellandolo dal paesaggio e dalla memoria visibile. A differenza di altri disastri simili, tuttavia, Sizhou non divenne un luogo di morte di massa. Gli scavi archeologici hanno restituito pochissimi resti umani, il che suggerisce che la popolazione fosse stata avvertita per tempo, potendo così evacuare.

Dopo la distruzione, Sizhou rimase sepolta per oltre tre secoli, inglobata nel terreno alluvionale e dimenticata, mentre la vita urbana si spostava altrove. Solo nel 1999 iniziarono le prime indagini archeologiche sistematiche, che portarono alla riscoperta di un centro urbano sorprendentemente ben conservato. Gli scavi, conclusi nel 2015, hanno permesso di ricostruire l’impianto della città. Parliamo di un’area di circa 2,4 km², con una caratteristica pianta ovale, spesso paragonata al guscio di una tartaruga, simbolo di stabilità e longevità nella cultura cinese.

La città era protetta da possenti mura, spesse tra i 17 e i 24 metri, e attraversata da una strada principale orientata da nord-ovest a sud-est, larga circa quattro metri e pavimentata in pietra e ghiaia. Da questo asse si diramava una rete di vie secondarie, lungo le quali si affacciavano abitazioni, botteghe e ristoranti. Questi spesso erano organizzati attorno a cortili interni, secondo un modello urbano tipico della Cina tardo-imperiale. Il fango che aveva distrutto Sizhou ne aveva al tempo stesso sigillato la struttura, preservandola in modo eccezionale.
Il materiale rinvenuto è ricchissimo: componenti architettonici, ceramiche, utensili domestici, armi, strumenti in pietra, ferro e osso restituiscono un’immagine vivida della vita quotidiana di una città commerciale del XVII secolo. Non si tratta solo di rovine monumentali, ma di un tessuto urbano “congelato” nel momento della sua fine. Ed è proprio questo l’elemento che giustifica il paragone con Pompei, pur nella diversità delle cause.

Dal 2015, Sizhou è aperta al pubblico come sito archeologico. Chen Gang, vicedirettore dell’Istituto provinciale di reperti culturali e archeologia del Jiangsu, spende parole indicative sulla città perduta di Sizhou. Egli dice che il valore del sito non risiede soltanto nella sua spettacolarità, ma nella capacità di raccontare il fragile equilibrio tra insediamenti umani e ambiente naturale nella storia cinese. Non è né il primo, né l’unico caso in tal senso. Eppure ci insegna quanto la natura, alla fine, prevalga su tutto.




