A voi, instancabili amanti delle curiosità storiche, dedico questo racconto. Ringraziatemi alla fine, ma prima vi pongo una domanda: cosa hanno in comune i peti delle aringhe e dei sottomarini? Apparentemente nulla, se non fosse che a causa di questa impensabile associazione fra gli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo per poco non si sfiorò lo scoppio di un conflitto.

Tutto inizia nelle fredde acque della baia di Stoccolma, a cavallo fra i mitici ’80 e gli incandescenti ’90 del Novecento, in un contesto tutt’altro che rilassato. La Guerra fredda è pressoché conclusa, ma il Baltico resta una delle aree più sensibili d’Europa dal punto di vista militare. In Svezia, paese ufficialmente neutrale ma attentissimo alla propria sicurezza, iniziano a essere registrati misteriosi rumori subacquei, brevi impulsi acustici ripetuti, simili a un ticchettio metallico, percepiti come segnali artificiali. Per politici e vertici militari l’ipotesi più inquietante sembra anche la più plausibile. Beh, sono sottomarini stranieri! Probabilmente russi, impegnati in operazioni di ricognizione o addirittura di preparazione offensiva.
La questione arriva ai massimi livelli istituzionali. Carl Bildt, allora Primo ministro svedese, prende la faccenda sul serio. Dopo aver consultato esperti militari e scientifici, capisce che non si tratta di suggestioni, ma di tracciati acustici reali, raccolti da idrofoni all’avanguardia. Quali dispositivi potrebbero produrre segnali così regolari? Sonde? Sistemi di comunicazione subacquea? Mezzi stealth di nuova generazione? L’ipotesi che quei “tick” fossero messaggi codificati fra unità nemiche non era affatto peregrina. La storia forniva i precedenti adatti a questa narrazione; risaliva al 1981 la crisi diplomatica scaturita dall’arenamento del sottomarino sovietico l’S-363 sulle coste scandinave.

Il timore aveva senso di esistere, insomma. In effetti, dopo attente analisi, si scoprirà poi che quelli erano davvero segnali di comunicazione, solo che non avevano nulla di umano. Il punto di svolta arriva quando, accanto agli esperti militari, vengono coinvolti biologi e specialisti di bioacustica.
Tra questi spiccano Håkan Westerberg e Magnus Wahlberg, che iniziano ad analizzare sistematicamente i suoni registrati nella baia di Stoccolma. Il lavoro è lungo e meticoloso e la risposta definitiva arriva soltanto nel 2003. Questa è tanto rassicurante quanto surreale. Sì, poiché a causare quei rumori così minacciosi, potenzialmente riconducibili a sottomarini con intenti tutt’altro che cordiali, furono i peti delle aringhe. La “minaccia” subacquea che aveva messo in allarme la Svezia per anni era in realtà una questione… intestinale.

Le aringhe, infatti, possiedono un sistema di comunicazione sorprendente. Attraverso un canale che collega bocca e apparato digerente, sono in grado di inghiottire aria in superficie o di sfruttare quella presente nella vescica natatoria e rilasciarla dall’ano producendo brevi impulsi sonori.
Non gas di fermentazione, attenzione, ma aria deliberatamente utilizzata come strumento acustico. Questi suoni, battezzati con ironia FRTs (Fast Repetitive Ticks) – chi mastica un po’ di inglese avrà colto il simpatico nesso con la parola “farts“, traducibile in “scoregge” – hanno caratteristiche ben precise: frequenza, durata e ritmo variano a seconda della specie e del contesto. Le aringhe atlantiche (Clupea harengus), ad esempio, emettono sequenze discendenti di circa cinquanta impulsi, mentre le aringhe del Pacifico (Clupea pallasii) arrivano a produrre fino a sessantacinque tick su un arco di diversi secondi, a frequenze elevatissime, spesso oltre i 20.000 Hz.

Addirittura studi successivi hanno intuito come questi segnali sembrano avere un significato. Le ricerche indicano che le aringhe usano i FRTs soprattutto di notte, quando la visibilità è scarsa, come strumenti di coesione del banco. Una sorta di linguaggio acustico notturno, impercettibile per molti predatori ma non per tutti. Delfini e altri cetacei, ad esempio, sembrano sfruttare questi suoni come veri e propri indicatori della presenza di una potenziale preda.
La vicenda, inevitabilmente, attirò anche l’attenzione del pubblico per il suo lato grottesco, tanto che nel 2004 gli studiosi coinvolti vennero insigniti del Premio IgNobel per la Biologia, riconoscimento assegnato a ricerche che “prima fanno ridere, e poi fanno pensare”. E in effetti, al di là dell’aneddoto irresistibile, il caso delle aringhe del Baltico ha prodotto risultati scientifici concreti. Ha permesso di ampliare la comprensione della comunicazione nei pesci, affinato le tecniche di bioacustica e, non ultimo, insegnato che non tutti i rumori misteriosi nelle profondità marine sono preludio di una crisi internazionale. Forse…




