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Il 1953 di Mohammad Mossadeq e le colpe dell'Occidente in Iran

Il 1953 di Mohammad Mossadeq e le colpe dell’Occidente in Iran

L’Iran è un paese complesso. Una frase che ricorre spessissimo nel dibattito geopolitico internazionale. Si afferma l’ovvietà, o meglio, si dovrebbe. Quale nazione d’altronde non può dirsi “complessa”? Il problema non è tanto l’affermazione, ma l’interpretazione semplicistica che un numero sproporzionato di persone adotta quando discute (o sente discutere) dell’Iran moderno. La situazione di guerra, attuale nel momento in cui scrivo, può confondere ancor più le idee, polarizzando una narrazione per sua natura varia e sfaccettata. Come varia e sfaccettata è stata l’esperienza storica persiana del secolo scorso. Un lasso di tempo in cui di cose ne sono accadute, e altre sarebbero potute accadere, ma non è successo. Il “se” più grande forse riguarda il 1953. L’anno di Mohammad Mossadeq, del colpo di stato voluto dall’Occidente, del mutamento in senso assolutistico del regime monarchico, del germogliare di un sentimento anti-occidentale sbocciato nel 1979.

Il 1953 di Mohammad Mossadeq e le colpe dell'Occidente in Iran

La formazione dell’Iran moderno è stato un processo graduale e, guarda un po’, complesso. Nel XIX secolo il paese, formalmente un impero, si trovava stretto tra le ambizioni delle grandi potenze imperiali, in particolare la Russia zarista e la Gran Bretagna. Tema approfondito nell’articolo (consigliatissimo) sul Grande Gioco anglo-russo, tra Medio Oriente e Asia Centrale.

Tornando a noi, sotto la dinastia Qajar, il paese mantenne formalmente la propria indipendenza, ma in pratica subì una crescente penetrazione economica e politica straniera. Un momento fondamentale fu la rivoluzione costituzionale del 1906, che portò alla creazione del parlamento iraniano, il Majles, e all’introduzione di una costituzione che limitava il potere monarchico. Il sistema politico che ne emerse rifletteva le principali componenti della società iraniana: notabili rurali legati alla monarchia, il clero sciita e le classi urbane dei bazar e delle professioni.

Nel 1925 la stirpe dei Qajar venne rovesciata e sostituita dalla dinastia Pahlavi, fondata da Reza Shah. Egli avviò un ambizioso programma di modernizzazione autoritaria. Nonostante alcuni successi nella costruzione dello Stato e nelle riforme amministrative, il regime Pahlavi rimase strettamente legato agli interessi delle potenze occidentali. Sostituite le ultime parole con “Impero britannico” e tutto sarà più semplice. A parte gli scherzi, ovviamente gli inglesi detenevano un ruolo di predominanza nella Persia dell’epoca, ma c’era spazio per tutti: dai tedeschi, per le infrastrutture ferroviarie e industriali, ai francesi, per le consulenze in materia tecnica-amministrativa.

Mohammad Mossadeq dinastia Pahlavi

Ma al centro delle tensioni politiche vi era la questione petrolifera. Chi l’avrebbe mai detto? Sin dall’inizio del XX secolo, lo sfruttamento delle risorse energetiche iraniane era controllato dalla Anglo-Persian Oil Company (BP), che garantiva al Regno Unito enormi profitti lasciando all’Iran una quota molto ridotta dei ricavi. Un attore parastatale, facente capo ad una nazione straniera, capace di decidere il buono e il cattivo tempo nella regione. Di fatto, l’agire della BP spaccò socialmente e politicamente la Persia. O si era a favore di questa, e dunque della monarchia. O si era contro di essa, e dunque contro lo Scià. Il gioco non poteva reggere a lungo…

Nel secondo dopoguerra queste tensioni sfociarono in una mobilitazione politica sempre più ampia. Nel 1949 nacque il Fronte Nazionale iraniano. Si trattava di una coalizione eterogenea, e per certi versi inedita, che riuniva liberali, nazionalisti, settori del clero sciita, commercianti dei bazar e socialisti. Solo un elemento poteva fare da collante e giustificare la tempera dell’alleanza: la richiesta di nazionalizzare l’industria petrolifera, sottraendo il paese al controllo economico britannico. Alla guida del movimento si impose Mohammad Mossadeq, aristocratico di formazione europea, convinto sostenitore di uno Stato costituzionale moderno inserito nel sistema internazionale su basi di parità.

Nel marzo del 1951, dopo l’assassinio del primo ministro filo-occidentale Ali Razmara, il parlamento iraniano nominò Mossadeq capo del governo. Una delle sue prime decisioni fu la nazionalizzazione del petrolio. Traducibile in “espropriazione delle attività della compagnia britannica”. Londra reagì con estrema durezza. Impose un embargo sul petrolio iraniano e organizzò un blocco economico che paralizzò l’industria petrolifera del paese, provocando una grave crisi finanziaria. Questo scontro, noto come crisi di Abadan, indebolì progressivamente il governo Mossadeq e accentuò le divisioni interne alla coalizione che lo sosteneva.

Mohammad Mossadeq Anglo-Persian Oil Company

Anche l’alleanza con il clero sciita iniziò a incrinarsi. Una figura influente come l’Ayatollah Kashani, inizialmente sostenitore della nazionalizzazione, si allontanò dal primo ministro temendo l’ascesa delle forze di sinistra e la crescente influenza del partito comunista Tudeh. Isolato politicamente e sotto pressione economica, Mossadeq cercò di rafforzare le proprie prerogative sciogliendo il parlamento e governando in una situazione di emergenza. Praticamente assunse i pieni poteri; questo passaggio contribuì ad alimentare le critiche dei suoi avversari, che lo accusavano di autoritarismo.

Nel frattempo la crisi iraniana divenne un terreno di confronto della Guerra fredda. Stati Uniti e Regno Unito temevano che l’instabilità politica potesse favorire l’influenza sovietica nella regione. Nell’estate del 1953 i servizi segreti britannici e americani (MI6 e CIA) organizzarono un’operazione clandestina per rovesciare il governo iraniano. Fu l’Operazione Ajax, con cui si finanziò manifestazioni di piazza, agitazioni politiche e settori dell’esercito fedeli alla monarchia.

Il 19 agosto 1953 le autorità fedeli solo ai Pahlavi, con il supporto dei ribelli, deposero e arrestarono Mossadeq. Tutto ciò mentre lo scià Mohammad Reza Pahlavi consolidava il proprio potere con l’appoggio – e che appoggio – occidentale. Che ne fu dell’ex primo ministro? Carcere duro e poi confino fino alla fine dei suoi giorni. Morì ad Ahmadabad il 5 marzo 1967. Poiché lo Scià negò il permesso per un funerale pubblico a Teheran, lo seppellirono all’interno della sua stessa residenza, sotto il pavimento della sala da pranzo, dove riposa tuttora.

Mohammad Mossadeq colpo di stato del 1953 Iran

Il colpo di stato ebbe conseguenze profonde e durature. Il regime dello scià instaurò un sistema autoritario sostenuto da una potente polizia politica e da una stretta alleanza con gli Stati Uniti. Tuttavia, l’intervento straniero del 1953 lasciò una ferita profonda nella memoria collettiva iraniana. Molti iraniani interpretarono la caduta di Mossadeq come la distruzione di un tentativo di costruire uno Stato indipendente e democratico.

Quando nel 1979 esplose la rivoluzione contro la monarchia, la protesta riunì forze molto diverse: liberali, marxisti, religiosi e nazionalisti. Per un breve momento sembrò possibile la nascita di una repubblica pluralista guidata da figure come Mehdi Bazargan, tecnocrate religiosissimo (per questo apprezzato inizialmente dal clero sciita), già collaboratore di Mossadeq.

Mohammad Mossadeq esilio

La dinamica rivoluzionaria prese però rapidamente un’altra direzione. L’autorità carismatica di Ruhollah Khomeini e la radicalizzazione politica portarono alla nascita della Repubblica Islamica. L’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran nel novembre 1979 segnò il definitivo fallimento del tentativo moderato di Bazargan, che rassegnò le dimissioni pochi giorni dopo.

Il risultato di questa lunga sequenza di eventi fu la distruzione progressiva di quella classe dirigente nazionalista e liberale che aveva cercato di riformare il paese negli anni ’50. Tra repressione monarchica e purghe rivoluzionarie, gran parte dell’élite politica che avrebbe potuto guidare una transizione democratica scomparve dalla scena. In questo senso, la figura di Mossadeq rappresenta ancora oggi un nodo centrale della memoria politica iraniana: simbolo di una possibilità storica interrotta, più che di un progetto compiuto. Anche per questo l’Iran è un paese complesso.