La spedizione britannica contro Santa Cruz de Tenerife del 1797: uno dei momenti più drammatici e per questo meno celebrati della carriera di Horatio Nelson. Il contesto è da ricercarsi in una svolta, abbastanza decisiva, della politica estera spagnola. Nel 1796 Carlo IV, sotto l’influenza del potente primo ministro Manuel Godoy, aveva stretto un’alleanza con la Francia rivoluzionaria, sancita dal secondo trattato di San Ildefonso. Voglio soffermarmi giusto per un attimo sul carattere anomalo dell’accordo. Sono passati pochi anni dalla Rivoluzione e la Francia, Stato figlio di quel moto, associa i propri interessi a quelli di una monarchia assoluta come quella dei Borbone di Spagna. Quando si dice che il pragmatismo a volte cancella i contrasti ideologici. In quel momento a Spagna e Francia premeva soltanto una cosa: porre un freno al predominio britannico sui mari.

Giunge l’ottobre del 1797 e la Spagna di Carlo IV dichiara guerra alla Gran Bretagna, entrando con tutti gli stivali nella guerra contro la Royal Navy. La reazione inglese c’è, è rapida ed efficace. Il 14 febbraio 1797 la flotta spagnola subisce una pesante sconfitta a capo San Vincenzo per mano dell’ammiraglio John Jervis, un combattimento in cui Horatio Nelson si era già distinto per audacia e iniziativa personale. Subito dopo, Jervis tenta di soffocare la potenza navale borbonica con il blocco di Cadice, ma l’operazione non produce i risultati sperati.
Ed è proprio ora che l’attenzione britannica si sposta sulle Canarie. Cosa rappresentano le isole al largo del Sahara occidentale? In poche parole sono uno nodo strategico fondamentale per i traffici tra la Spagna e le Americhe. Santa Cruz de Tenerife, in particolare, è un porto di approdo cruciale per navi cariche di argento, merci coloniali e rifornimenti. Controllare le Canarie per accaparrarsi un bottino niente male e, perché no, una pacca sulla spalla dalla Corona inglese. Ecco cosa pensò Horatio Nelson.
È lui a spingere per l’attacco. Adesso può permetterselo: da poco promosso contrammiraglio, propone una spedizione audace, convinto che una rapida azione anfibia possa piegare le difese locali. Prepara persino un ultimatum, dal tono durissimo, indirizzata al comandante spagnolo. Nella lettera minaccia senza mezzi termini la distruzione di Santa Cruz e degli altri centri dell’isola, sempre che prima non ci sia una resa. La forza d’attacco britannica conta su un totale di quasi 400 cannoni e circa 1.000 uomini. Nelson dice che bastano. La storia, questo ve lo anticipo, gli darà torto.

A guidare la difesa dell’isola vi è però un ufficiale di grande esperienza, il tenente generale Antonio Gutiérrez de Otero. Uno che conosce le Canarie come le sue tasche e che ha fatto i compiti a casa. Gutiérrez non è la prima volta che affronta i britannici. Nel 1770 aveva già contribuito a respingere un loro tentativo nelle isole Falkland. Gutiérrez predispone dunque un dispositivo difensivo elastico ed efficace, basato su batterie costiere ben posizionate, sulla collaborazione tra truppe regolari e popolazione civile e, come anticipato, su una perfetta conoscenza delle correnti marine e degli accessi al porto.
Il primo tentativo britannico ha luogo nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1797. Le forti correnti atlantiche scompaginarono la manovra. All’alba le navi sono ancora troppo lontane dalla costa per garantire un bombardamento efficace. L’allarme scatta, la popolazione si mobilita e il fattore sorpresa svanisce. Le truppe che riescono a sbarcare (poche) incontrano una resistenza inattesa e mobile. Il fallimento è cocente.
Nelson, tuttavia, non è un uomo che accetta facilmente una sconfitta. Convinto, anche sulla base di informazioni errate, che Santa Cruz sia difesa da poche truppe regolari, decide di tentare un nuovo assalto, ancora più rischioso. Riunisce i suoi capitani e pianifica uno sbarco diretto nel cuore della città, con l’obiettivo di impadronirsi del porto e del castello di San Cristóbal. Alla vigilia dell’attacco scrisse a Jervis una frase che sarebbe diventata celebre: «Assumerò il comando di tutte le forze destinate a sbarcare sotto il fuoco delle batterie della città e domani probabilmente la mia testa sarà coronata di alloro o di cipresso».

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio, circa 700 uomini su 29 scialuppe avanzano verso Santa Cruz de Tenerife, cercando di muoversi in silenzio. Ma anche questa volta la sorte e la preparazione spagnola giocano contro gli inglesi. A poche centinaia di metri dalla costa, le sentinelle li avvistano. Ovviamente le campane danno l’allarme e batterie aprono il fuoco. Quello che doveva essere un attacco a sorpresa si tramuta in una carneficina. Molte imbarcazioni affondano sul colpo e tra queste c’è quella di Nelson.
Appena messo piede a terra, il contrammiraglio viene gravemente ferito. È una pallottola o una scheggia che gli devasta il braccio destro. Lui è convinto di essere spacciato, e in fondo sono in pochi fra gli assistenti a pensare il contrario. Invece è salvifico l’intervento di un uomo che gli stringe un laccio emostatico improvvisato. La manovra lo salva, ma al prezzo di un braccio ugualmente amputato.
Gutiérrez, consapevole della propria vittoria, concede una capitolazione onorevole alle poche truppe britanniche accerchiate in città. Permette agli inglesi di reimbarcarsi con i feriti e le armi personali. La battaglia di Santa Cruz de Tenerife si conclude così, con una netta sconfitta britannica.

Nelson, incapace di accettare fino in fondo le proprie responsabilità, in seguito cercò di giustificare l’insuccesso parlando di difese formidabili e di forze nemiche enormemente superiori, quando in realtà i difensori non superavano di molto i 2.000 uomini. In verità, fu la combinazione tra l’abilità strategica di Gutiérrez, la disciplina delle truppe spagnole e la partecipazione attiva della popolazione locale a impedire che Tenerife facesse la fine di Gibilterra. Per Nelson, Santa Cruz fu una lezione durissima. Una rara macchia nella sua carriera, ma anche un’esperienza che contribuì a forgiare il comandante prudente e risoluto che avrebbe trionfato ad Abukir e, infine, a Trafalgar.




