Fotografia di Norbert Rzepka, Verviers, Belgio, 19 maggio 1973. La fotografia appartiene a quella categoria di immagini che, pur nascendo come semplice documento di cronaca sportiva, finiscono per trascendere il loro contesto originario e diventare icone culturali. Lo scatto immortala un momento apparentemente banale. Semplicemente un gruppo di corridori del Giro d’Italia fermo lungo una recinzione per una “tappa” obbligatoria oltre che fisiologica. Ma proprio questa normalità, colta senza filtri né retorica, ne costituisce la forza espressiva.

Siamo alla 56ª edizione del Giro d’Italia. È un’epoca particolare, dato che molti la considerano l’ultima del ciclismo cosiddetto “artigianale”. Dunque una disciplina spoglia della progressiva iper-professionalizzazione, della medicalizzazione estrema e del controllo mediatico capillare.
L’immagine, ripresa prima della partenza di una super-tappa (la datazione indica il 19 maggio, quindi la tappa è Verviers-Colonia, dal Belgio alla Germania) mostra i corridori ancora in una dimensione sospesa. La gara non è iniziata, la tensione agonistica è latente. Il corpo lo sa benissimo e, come dire, reclama i suoi bisogni elementari (fortunatamente non c’è alcun sottomarino di mezzo…). Non c’è eroismo, non c’è spettacolo: c’è l’uomo prima dell’atleta.

Le divise della GBC e della Jolly Ceramica, oggi cariche di nostalgia per gli appassionati, funzionano quasi come marcatori temporali. Ancorano l’immagine a un preciso momento della storia del ciclismo italiano ed europeo. Il bianco e nero accentua il carattere documentario dello scatto, eliminando ogni distrazione cromatica e concentrando l’attenzione sui gesti e sulle forme.
Ciò che rende questa fotografia particolarmente significativa è il suo valore simbolico. Nel pieno di una delle competizioni più dure e mitizzate del ciclismo mondiale, l’immagine ricorda che anche gli atleti celebrati come eroi popolari restano soggetti alle esigenze più elementari del corpo.

Non è un caso che l’immagine sia spesso interpretata come una sorta di “controcanto ironico” alla retorica della fatica, del sacrificio e dell’eroismo che tradizionalmente accompagna il Giro d’Italia. La fortuna successiva della fotografia di Norbert Rzepka ne ha ulteriormente amplificato il carattere umoristico e dissacrante.




