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Foto del giorno: la forza di un bambino iracheno

Foto del giorno: la forza di un bambino iracheno

Fotografia di Deanne Fitzmaurice, Oakland Children’s Hospital, Oakland, California, USA, 2003. Tutta la forza di un bambino iracheno, sopravvissuto all’esplosione di una granata che egli stesso ha innescato pensando fosse una banale palla per giocare. Accadde mentre il ragazzino, di nove anni, stava tornando a casa da scuola, accompagnato dal fratello Dia. La deflagrazione ha privato il fratello maggiore della vita, e Saleh di tutta la mano destra, di un occhio, delle dita della mano sinistra, causandogli un enorme buco sull’addome. La sua storia è stata raccontata magistralmente da una fotogiornalista del San Francisco Chronicle.

Foto del giorno: la forza di un bambino iracheno

Nella fotografia in sovrimpressione, Saleh sta provando a disegnare. Un gesto normalissimo per qualunque ragazzo della sua età, se non fosse per il fatto che Saleh, quel semplice atto, è in grado di eseguirlo con enorme fatica. Ottimista di natura, il bambino iracheno è tuttavia molto sensibile su tutto ciò che ruota attorno al suo aspetto, così diverso. Un pomeriggio nota come gli altri coetanei lo fissano, forse lo giudicano. Le infermiere captano il turbamento del piccolo, e per calmarlo lo dotano di carta e matita. Disegnare è la soluzione; dare sfogo alla creatività è la panacea che ci vuole. Ma che creatività può avere un ragazzino che non essendo arrivato a neppure un decennio di vita ha già sfiorato la morte? Saleh disegna sul foglio un aereo che sgancia le bombe.

L’attimo è emotivamente denso. Deanne Fitzmaurice, fotogiornalista presso il San Francisco Chronicle, segue il recupero di Saleh dal novembre del 2003. È suo lo scatto di cui sopra, vincitore – come gli altri che potete ammirare nel corso dell’articolo – nel 2005 del premio Pulitzer.

bambino iracheno Saleh Iraq

Il lavoro di Fitzmaurice doveva durare solo qualche mese; il “lavoro” divenne un progetto di 12 anni, incentrato sulla vita di un bambino iracheno, fattosi ragazzo col tempo, negli Stati Uniti, divenuti la sua seconda casa. La prima si trova in Iraq, in un villaggio a sud-est di Nāṣiriya. Dopo l’esplosione, l’ospedale da campo più vicino giudicò il caso del bambino irrecuperabile, a meno che non avessero chiesto aiuto agli americani. Saleh in fin di vita e suo padre Raheem si recarono nella base statunitense di Tallil. Lì, un chirurgo si prese carico del ragazzino e, dopo una ventina di giorni in cui gli salvò la vita, riuscì a farlo salire su un aereo militare, assieme agli altri soldati feriti, diretto in California.

bambino iracheno ricongiungimento famiglia

Le parole della stessa Fitzmaurice (rilasciate in un’intervista nel 2016) ci raccontano di quei momenti: “Scattai qualche fotogramma, poi uscii in corridoio. Era orribile quello che la bomba aveva fatto al ragazzo. Mi ripresi, poi tornai in ufficio per rispettare la scadenza. Ma non riuscivo a scrollarmi di dosso ciò che avevo visto. Eravamo a sei mesi dall’inizio della guerra in Iraq, ma nei notiziari nessuno parlava di loro, dei danni collaterali. Volevo umanizzare la guerra, mostrare cosa aveva fatto a questo ragazzo innocente e alla sua famiglia. Convinsi i miei redattori a lasciarmi seguire la guarigione di Saleh fino al suo ritorno in Iraq con suo padre…”.

La giornalista prosegue: “Il 23 dicembre 2003, Saleh fu dimesso dall’ospedale dopo diverse decine di interventi chirurgici per curare il suo corpo distrutto, e Raheem ricevette una notizia devastante. Gli insorti avevano saccheggiato la loro casa e affisso manifesti di “ricercato” in giro per il villaggio. Pensavano che fosse una spia americana: altrimenti perché suo figlio avrebbe dovuto ricevere cure mediche in America? Raheem capì che non sarebbero mai potuti tornare in patria”.

bambino iracheno Saleh diplomato

Da quello che sappiamo, la vita di Saleh è proseguita normalmente. Nel 2015 si è diplomato, e in quello stesso anno ha ricevuto le protesi tanto agognate. Della sua vicenda restano delle fotografie impattanti, capaci come poche altre di inquadrare, in tutta la sua purezza, la forza di un bambino iracheno di fronte agli orrori della guerra.