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Foto del giorno: il tipico "salaryman" giapponese

Foto del giorno: il tipico “salaryman” giapponese

Fotografia di Nicolas Bouvier, Giappone, 1964. Uomini in giacca e cravatta, molto probabilmente lavoratori dipendenti impiegati nel settore terziario, dormono accalcati, spalla a spalla, addirittura rovesciati sul pavimento della locomotiva. Il treno li conduce a Tokyo, per un’altra giornata di asfissiante lavoro d’ufficio. Loro sono i colletti bianchi del Paese, salaryman se preferite. Una categoria di occupati che ha determinato e continua a determinare le sorti del Sol Levante.

Foto del giorno: il tipico "salaryman" giapponese

Appoggiano la testa dove è possibile farlo, e quando l’appiglio manca, si fa di necessità virtù. Volti assonnati, alcuni coperti dalle mascherine, che riflettono la stanchezza di un intero ceto medio, sottomesso alle logiche occupazionali di un Paese che, come il Giappone fu durante gli anni ’60, corre ad una velocità ipersonica.

L’argomento non è nuovo in questa sede, dato che già l’abbiamo affrontato nella sua veste industriale e produttiva (sbadiglio collettivo vi dice qualcosa?). Altresì, abbiamo buttato giù qualche riflessione sulla capacità di resilienza, adattamento e ricostruzione della popolazione giapponese, sfiancata dalla Seconda guerra mondiale eppure abilissima nel voltare pagina – grazie a strategici finanziamenti statunitensi e occidentali. Il fattorino che consegnava soba era il simbolo di questa rinascita.

Quest’oggi, grazie alla fotografia del giornalista svizzero Nicolas Bouvier, voglio raccontare un terzo aspetto dell’etica lavorativa nipponica. Forse è il più noto, poiché ripreso da ogni tipo di media immaginabile. Il salaryman è parte integrante della cultura nazionale; è una figura a metà fra il reale e il fantasioso. Reale poiché fattuali sono i due terzi della giornata passata a lavorare in un ufficio. Fantasioso dato che alcuni mezzi di informazione hanno fantasticato sul loro stile di vita, talvolta minimizzando lo stress che puntualmente li coglie, o nel verso opposto, esagerando sul loro conto (trattandoli come superuomini).

salaryman treno Tokyo

Il salaryman è una sorta di modello che nasce in un preciso contesto storico. Conosce una lunga fase di prestigio e stabilità (collocata all’incirca nel periodo in cui venne scattata la fotografia). E va incontro a una profonda crisi identitaria all’avvinarsi del terzo millennio.

Il termine salaryman, adattamento giapponese dell’inglese salary man, compare e si diffonde nel linguaggio comune a partire dagli anni ’30, in un Giappone già fortemente avviato sulla strada dell’industrializzazione e della modernizzazione statale. Fin dall’inizio, però, il termine non indica genericamente chi percepisce un salario, bensì una categoria ben definita: lavoratori dipendenti maschi, impiegati nel settore terziario, in particolare presso grandi imprese private o apparati burocratici governativi, collocati in una posizione intermedia tra la manodopera operaia e l’élite dirigente.

Le radici storiche di questa figura affondano nel periodo Meiji, che procede dal 1868 fino al 1912, quando lo Stato giapponese promosse con decisione lo sviluppo delle grandi imprese industriali e finanziarie. Eppure è col secondo dopoguerra che questa figura si eleva nella società. Egli è l’emblema della ricostruzione, del miracolo economico, di una nuova classe. Sopra ogni cosa, è uno dei due stipulanti del cosiddetto “contratto sociale“. L’altro è l’azienda, la quale richiede lealtà assoluta e turni di lavoro al limite del legale in cambio di un’occupazione vitalizia, sicurezza economica e avanzamenti per anzianità.

salaryman figura sociale Giappone

Questa visione comincia però a incrinarsi con la crisi economica degli anni ’90 del XX secolo, innescata dallo scoppio della bolla speculativa immobiliare e finanziaria. Negli anni ‘2000, la diffusione di contratti a tempo determinato, lavoro part-time e impieghi precari segna una rottura definitiva con il modello tradizionale. I colletti bianchi non sono più “membri della famiglia aziendale allargata”, ma risorse sostituibili.

Parallelamente, cambia anche la rappresentazione culturale del salaryman. Adesso sono oggetto di stereotipi, placcati dallo stigma socio-culturale di colui che vive per lavorare, quando dovrebbe essere il contrario. Dal punto di vista storico, il salaryman non è dunque una figura immutabile, ma il prodotto di specifiche condizioni economiche, politiche e culturali. Nato come ingranaggio della modernizzazione statale, divenuto protagonista del miracolo economico e infine simbolo delle contraddizioni del capitalismo giapponese maturo, il salaryman continua a rappresentare una chiave di lettura fondamentale per comprendere l’evoluzione della società giapponese contemporanea. Il treno che viaggia per Tokyo alle sei del mattino di quel 1964 ci insegna tutto questo.