Almanacco del 9 marzo, anno 1979: nelle strade di Palermo la Mafia uccide Michele Reina, consigliere comunale e segretario provinciale della DC palermitana. Michele sarà uno dei tanti, un nome in più nella già folta lista degli omicidi politici della Mafia che mai fu tanto sanguinaria quanto il quel periodo. La sua vicenda riguarda da vicino altre figure apicali di questa rossa pagina di storia: Piersanti Mattarella, l’on. Falcone e Salvatore Riina, vertice indiscusso dell’organizzazione criminale. Diversi tasselli che andremo a incastrare nelle prossime righe.

La vita di Michele Reina sembrava (e in effetti fu) una delle tante vite normali e tranquille che si vivono quotidianamente. Figlio di un direttore del Banco di Sicilia, completa gli studi classici e si laurea in giurisprudenza. Seguendo le orme paterne, diventa anch’egli un funzionario bancario e sposandosi ha anche tre figli. Una bella famiglia, un buon lavoro e il calore che solo la Sicilia sa dare, cosa poteva rovinare tutto ciò? La risposta è doppia ma i suoi elementi viaggiano, in quegli anni, su binari non troppo paralleli: la mafia e la politica.
Nelle elezioni del 1961, il suo popolo, i suoi concittadini palermitani, lo eleggono al Consiglio Provinciale come membro dell’egemone Democrazia Cristiana. Proprio la sua carriera e ascesa politica lo porterà molto vicino ad un altro nome grosso e caldo di quegli anni, che perderà, in un triste gioco del destino, la vita nello stesso modo di Michele: per mano della Mafia. Parliamo chiaramente di Piersanti Mattarella, come anticipato in apertura, Presidente della Regione Sicilia.

Allora arriviamo alla fine della storia, a quel tragico 9 marzo 1979. Era sera e Michele, con la moglie che sarà una figura chiave delle successive indagini e una coppia di amici sale in macchina. La Fiat Alfetta a bordo della quale viaggiavano viene affiancata da una Fiat Ritmo dalla quale scesero, senza nemmeno la premura di coprirsi il volto, due giovani armati. Aperto chirurgicamente il fuoco, i killer colpirono solo Michele Reina, al collo, al torace e alla testa. La mano di un chirurgo e il cuore di ghiaccio, freddo e deciso. Michele moriva davanti agli occhi increduli e confusi degli amici e della moglie.
Se l’omicidio fu chiaro, netto e diretto, delle successive indagini non si direbbe altrimenti. A gettare benzina sul fuoco sarà niente di meno che il più famoso pentito della storia, Tommaso Buscetta. All’on. Falcone dirà infatti che “le vicende sono molto complesse e che diversi sono i responsabili di tali assassinii“. Quel plurale destabilizza i giudici perché si riferisce anche a Piersanti Mattarella e lega due omicidi politico-mafiosi di portata non indifferente. Sarà lo stesso Buscetta a dire che il mandante fu niente di meno che Totò Riina in persona.

Come se ciò non bastasse, da quell’interrogatorio venne fuori che c’entrava anche direttamente la cosiddetta “Cupola di Cosa Nostra“. Si tratta della punta dell’organizzazione criminale dove poche teste decidevano per tutti. Ulteriore carne al fuoco la gettò un altro pentito in un successivo interrogatorio. Parliamo di Francesco Marino Mannoia, che dichiarò esplicitamente collegati gli omicidi di Mattarella e Reina, aggiungendo che erano degli omicidi con “indubbie caratteristiche politiche” e che non avrebbe fatto i nomi dei politici coinvolti perché i giudici e la pubblica opinione “non erano ancora pronti“.
Dieci anni dopo l’accaduto invece, nel 1989, Marina Pipitone, vedova di Reina, si presentò di sua sponte davanti al giudice Falcone. Aveva visto in televisione la foto di Giuseppe Valerio Fioravanti, terrorista di destra ed esponente di spicco dei NAR e affermava di riconoscerlo “al 90% come killer” del marito. Insomma, la vicenda già convulsa diventava ancora più caotica. Nel 2025 inoltre, a ben 46 anni dai fatti, la procura di Palermo ha riaperto le indagini su questo e su altri omicidi eccellenti, in cerca di un colpevole e di una verità che forse mai conosceremo totalmente.




