Almanacco del 25 gennaio, anno 750: sulle rive del grande fiume Zāb si combatte una delle battaglie più importanti della storia altomedievale, definibile crocevia epocale per il Medio Oriente, l’Africa settentrionale, l’Asia, e naturalmente l’Europa. La cosiddetta battaglia dello Zab, svoltasi in quello che oggi si chiama Iraq, segnò da una parte il definitivo collasso del Califfato omayyade, ma dall’altra portò all’ascesa degli Abbasidi, i quali manterranno il controllo sul vastissimo impero fino alla metà del XIII secolo.

Già dagli anni precedenti, sotto la guida di Muhammad ibn ʿAli e poi di suo figlio Ibrahim, il movimento abbaside aveva intensificato la propria attività sovversiva, soprattutto in Iraq e nel Khorasan. Questa vasta provincia orientale, lontana dalla capitale omayyade e caratterizzata da una presenza araba meno radicata, si rivelò terreno particolarmente fertile per la daʿwa abbaside, ossia la predicazione politico-religiosa che combinava aspettative messianiche, rivendicazioni sociali e opposizione al regime. A indebolire ulteriormente l’autorità omayyade contribuì l’incapacità del califfato di gestire le tensioni tribali interne. In particolare il conflitto tra Qaysiti e Yamaniti, che minò la coesione dell’élite militare e amministrativa.
Nel biennio 745-746, Ibrahim inviò nel Khorasan Abu Muslim, figura destinata a diventare il vero artefice del successo abbaside. Dopo una fase iniziale di attività clandestina, Abu Muslim proclamò apertamente la rivolta nel 747, a Safidhanj, nei pressi di Merv, facendo sventolare il celebre stendardo nero, simbolo della rottura con il potere omayyade.

Il suo carisma e la sua abilità militare gli consentirono di raccogliere rapidamente consensi tra la popolazione locale, sconfiggere le forze inviate contro di lui dal governatore locale e conquistare una serie di città chiave, fino alla presa della stessa Merv nel febbraio del 748. Da quel momento la ribellione assunse un carattere irreversibile.
L’avanzata proseguì verso ovest sotto il comando del generale Qahtaba ibn Shabib, che penetrò in Persia e poi in Iraq, infliggendo ripetute sconfitte alle guarnigioni omayyadi. Nonostante la morte di Qahtaba nell’agosto del 749, il movimento non si arrestò. Suo figlio Hasan entrò a Kufa, dove l’élite locale proclamò ufficialmente l’autorità degli Abbasidi. Nel frattempo, Ibrahim ibn Muhammad era morto in prigionia a Harran. I suoi fratelli, tra cui Abu al-ʿAbbas al-Saffah, furono rintracciati e condotti a Kufa, dove al-Saffah venne acclamato califfo. A quel punto gli Abbasidi controllavano saldamente l’Iraq e si preparavano allo scontro finale con il califfo omayyade Marwan II.

Il 25 gennaio del 750 si tenne la battaglia dello Zab. Contrapposti erano l’esercito di Marwan II, teoricamente superiore per numero ed esperienza, e una coalizione eterogenea di forze abbasidi, irachene, sciite e kharigite. Molti soldati omayyadi erano veterani delle guerre contro l’Impero romano d’Oriente. Ma il loro morale era ormai compromesso dalle sconfitte precedenti e dalla debolezza del consenso politico.
Al contrario, le truppe sotto il vessillo nero combattevano con crescente fiducia. Sul piano tattico, gli Abbasidi adottarono una formazione difensiva a muro di lance, probabilmente appresa osservando le pratiche militari omayyadi: una barriera compatta che si rivelò micidiale contro le cariche della cavalleria avversaria. Quando i cavalieri omayyadi tentarono di sfondare lo schieramento, furono decimati. La ritirata si trasformò rapidamente in rotta, quest’ultima degenerò in disfatta. Il panico e le difficili condizioni ambientali funsero da aggravanti. Così numerosi soldati annegarono nel fiume Zab, in pieno inverno.

Come anticipato il apertura, la sconfitta del 25 gennaio segnò la fine effettiva del potere omayyade. Marwan II fuggì verso l’Egitto, ma pochi mesi dopo morì assassinato. Con l’ascesa di Abu al-ʿAbbas al-Saffah, il califfato passò formalmente agli Abbasidi. Ebbe inizio una nuova fase della storia islamica. A “battezzare” questo nuovo inizio ci pensò una gigantesca battaglia molto più a est, sulle rive di un altro fiume, il Talas. Ma questa è una storia che già conosciamo.




