Fotografia di Stephane Compoit, Kuwait, 1991. Un operatore specializzato nella manutenzione e nella gestione dei pozzi petroliferi è impegnato in un’operazione di sigillatura, durante la prima guerra del Golfo (1990-91). La fotografia è parte di un celebre reportage, firmato Stephane Compoit, capace di testimoniare il disastro ambientale (da lei definita “apocalisse ambientale”) seguito alla guerra, quando le truppe irachene in ritirata diedero fuoco a oltre 700 pozzi. Quella che segue è una riflessione – quantomai attuale – sul legame fra guerra e petrolio, sul durissimo lavoro svolto da questi Hellfighters, e naturalmente sulla natura del reportage fotografico.

Allora, gli scatti di Stephane Compoint – spesso associata al lavoro di Sebastião Salgado per la comunanza di temi e cruda intensità – è un frammento visivo di uno dei più grandi disastri ecologici del XX secolo. La scena ci proietta per forza di cose all’episodio storico della prima guerra del Golfo, scoppiata nell’agosto del 1990 a causa dell’invasione irachena del Kuwait. Fece seguito l’intervento armato internazionale a guida USA, avente come obiettivo la restaurazione della sovranità del piccolo emirato del Kuwait.
Verso gli ultimi mesi di guerra, mentre le forze della coalizione a guida statunitense avanzavano per liberare questo angolo di Medio Oriente, l’esercito iracheno di Saddam Hussein mise in atto la politica della “terra bruciata”. E questa non è una metafora, bensì un dato fattuale, oggettivo e concreto.

Oltre 700 pozzi petroliferi furono fatti saltare in aria o dati alle fiamme. Il risultato fu – prendendo in prestito le parole della Compoint – un’apocalisse ambientale. Il cielo del Kuwait si oscurò per mesi sotto una coltre di fumo nero denso. Le temperature al suolo calarono drasticamente a causa della mancanza di sole. Inoltre, milioni e milioni di barili di greggio iniziarono a sgorgare senza controllo, creando laghi neri e fiumi di petrolio.

Avendo bene a mente questo concetto, introduciamo la figura degli Hellfighters, vigili del fuoco specializzati nella tappatura dei pozzi petroliferi. Contrariamente a quanto si crede, questi non provenivano dal posto, ma si recarono in loco dagli angoli opposti del mondo. Tanti operatori giunsero, ad esempio, dal Nord America (Canada e Stati Uniti). Essi risultavano essere fra i pochissimi con le competenze tecniche per affrontare incendi di tale portata.

Ma in cosa consisteva esattamente il loro lavoro? Dopo aver spento le fiamme (spesso usando dinamite per “soffiare” via l’ossigeno), gli operai dovevano calarsi in una pioggia di petrolio viscido e tossico per installare nuove valvole e iniettare fango chimico pesante per contrastare la pressione del giacimento. Capite bene come il rischio di una nuova accensione spontanea o di deflagrazioni dovute a mine inesplose fosse costante.
Le operazioni richiesero circa nove mesi di lavoro intensivo da parte di suddette squadre specializzate. Il termine ufficiale ci fu il 6 novembre 1991. Data in cui l’allora emiro del Kuwait, Jabir III Al-Sabah, spense simbolicamente l’ultimo incendio nel giacimento di Burgan.




