Almanacco del 13 marzo, anno 1591: contingenti marocchini fedeli alla dinastia sa’diana si scontrano con l’esercito dell’Impero Songhai nella battaglia di Tondibi. L’episodio del 13 marzo è pressoché sconosciuto alla storiografia occidentale, ma fu di epocale importanza per gli equilibri dell’Africa occidentale in quello spezzone finale di XVI secolo. A Tondibi (oggi Tondikiwindi, in Niger) fu sancito il tramonto dell’Impero Songhai, una delle più grandi potenze africane dell’età moderna.

I manuali europei di storia non ne parlano (magari tre righe a fine capitolo, toh) ma l’Impero Songhai fu, tra XV e XVI secolo, la principale potenza dell’Africa occidentale. Erede dell’Impero del Mali (quello di Mansa Musa, sì), estendeva la propria influenza dalle regioni del Senegal fino all’ansa del Niger. Le sue città, dalla capitale Gao, alle storiche Timbuctù e Djenné, erano centri nevralgici di commercio e cultura.
Sotto la guida di sovrani coscienti, lo Stato si dotò di un’amministrazione articolata, di un sistema fiscale strutturato e di un esercito efficiente. Timbuctù ospitava celebri centri di studio coranico e biblioteche private, inserite in una rete intellettuale che collegava il Maghreb e il Medio Oriente. L’oro proveniente dalle regioni forestali a sud e il sale sahariano transitavano attraverso i suoi mercati, facendo del Songhai uno dei cardini dell’economia trans-sahariana. Capite ora l’importanza dell’Impero Songhai?
Bene, ora scendiamo nel dettaglio della vicenda. Alla morte del sovrano Askia Daoud nel 1583, colui che aveva condotto l’impero verso il suo apogeo, le lotte dinastiche e le rivalità interne minarono la stabilità politica. Dalle stelle alle stalle, direbbe qualcuno. L’indebolimento non passò inosservato. Ad accorgersene furono soprattutto il vicino a nord: il Marocco sa’diano.

Chi è dotato di buona memoria, ricorderà qualcosa di questo regno, passato agli onori della cronaca storica quando, nel 1578, la sfangò contro i portoghesi nella celebre battaglia di Alcazarquivir. L’allora sultano Ahmad al-Mansur cercava nuove risorse per sostenere le finanze del regno. Guardò a sud e si convinse del fatto che le ricchezze aurifere del Sudan (de facto controllato dal Songhai) potessero far comodo. Dunque il sultano organizzò una spedizione militare attraverso il Sahara.
Nell’ottobre 1590 partì un corpo di circa 4.000 uomini, guidato da Jawdar Pasha, dotato di archibugi e artiglieria leggera. Il passato di Jawdar Pasha è esemplificativo di quanto fosse affascinante il mondo dell’epoca. Egli era un eunuco spagnolo catturato da bambino e divenuto generale delle armate sa’diane. Dopo quattro mesi di marcia nel deserto, l’esercito raggiunse il Niger e devastò le saline di Taghaza, nodo strategico del commercio sahariano, per poi avanzare verso Gao, la capitale.
L’esercito Songhai, numericamente superiore, si attestò nei pressi di Tondibi, a nord di Gao. Il sovrano Askia Ishaq II disponeva di una forte cavalleria e di una fanteria consistente. Ma non aveva la cosa più importante, ossia le armi da fuoco. Invece il corpo di spedizione marocchino poteva schierare linee di archibugieri. Avrebbero fatto la differenza, eccome.

Il 13 marzo 1591 le due masse belligeranti fecero contatto; infiammò la battaglia di Tondibi. Nel tentativo di rompere lo schieramento nemico, i Songhai lanciarono contro i marocchini una mandria di bovini, sperando di scompaginarne la formazione. Il fragore degli archibugi e dei cannoni, tuttavia, terrorizzò gli animali, che si volsero all’indietro travolgendo le stesse file africane.
A quel punto la fanteria Songhai caricò frontalmente, ma il fuoco coordinato degli archibugieri marocchini falciò le truppe prima del corpo a corpo. Anche la cavalleria subì la stessa sorte. Solo la retroguardia resistette fino all’ultimo, ma la battaglia era ormai perduta. In poche ore, una potenza saheliana costruita nel giro di diversi secoli crollava sotto l’impatto di una tecnologia militare superiore.

In conclusione, vediamo cosa comportò la battaglia, sia per la dinastia Saadi del Marocco, sia per quello che restava del Songhai. Jawdar Pasha occupò Gao, quindi Timbuctù e Djenné. Il saccheggio segnò la fine dell’unità politica imperiale. Non pensiamo che il controllo marocchino fu omogeneo e totalizzante. Anzi, avvenne l’esatto contrario. La distanza dal Maghreb, le difficoltà logistiche e la vastità del territorio impedirono una dominazione stabile.
Alla fragilità dell’amministrazione seguì una frammentazione politica: il territorio si divise in entità minori, mentre una dinastia Songhai sopravvisse a est, nel regno di Dendi. La rete commerciale trans-sahariana entrò in declino progressivo, anche perché nel frattempo i traffici atlantici stavano acquisendo crescente importanza. Tondibi rappresentò il passaggio da un equilibrio regionale centrato sulle potenze saheliane a una fase di instabilità che avrebbe inciso profondamente sugli sviluppi politici dell’Africa occidentale nei secoli successivi. Sviluppi politici che recavano inscritta già da tempo la croce dei portoghesi…




