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Foto del giorno: cordialità siberiana

Foto del giorno: cordialità siberiana

Fotografia di anonimo, Čukotka, Siberia, Unione Sovietica, 1976. Un classico esempio di cordialità siberiana si palesa fra un uomo, un esemplare femmina di orso polare e i suoi cuccioli. Dietro questa immagine si cela una delle storie più affascinanti e al contempo emblematiche del rapporto fra essere umano e natura selvaggia. Un attimo immortalato nel suo senso più profondo, il quale pare raccontare più una leggenda artica che una vicenda reale e documentata. Per fortuna nostra e di chi ha vissuto l’evento in primissima persona, si tratta della seconda evenienza.

Foto del giorno: cordialità siberiana

In quel 1974 una cucciola di orso polare rimase improvvisamente sola nella tundra. La madre era stata uccisa durante una battuta di caccia e l’animale, troppo giovane per sopravvivere autonomamente, era destinato a morire di fame o di freddo. Il cacciatore che l’aveva incontrata, sopraffatto dal rimorso, si allontanò senza finirla né aiutarla, lasciandola a un destino che sembrava già scritto.

Il corso degli eventi cambiò pochi mesi dopo, nel dicembre del 1974, quando l’esploratore e tecnico polare Nikolaj Mačuljak (nelle cronache il nome è spesso scritto come Nikolai Machulyak) si imbatté nella cucciola. Era scheletrica, tremante, priva di qualsiasi possibilità di cacciare. In un ambiente dove la sopravvivenza è una lotta quotidiana e dove l’orso polare è tradizionalmente visto come una minaccia mortale, Mačuljak fece una scelta controcorrente. Quale? Semplice, decise di non voltarsi dall’altra parte. Cominciò a nutrirla regolarmente, affrontando l’inverno artico con un’alleanza improbabile. Pesce, carne, resti delle provviste umane e persino latte condensato permisero alla cucciola di sopravvivere. Lui la chiamò Masha.

cordialità siberiana regione Čukotka

Durante quei mesi accadde qualcosa di raro: Masha non mostrò mai aggressività. Non era addomesticata, ma non provava paura. In primavera, con il ritorno della luce e il mutare delle condizioni ambientali, l’orsa scomparve. Per Mačuljak non ci furono notizie, e come spesso accade nell’Artico, l’assenza equivalse alla convinzione della morte.

Nel febbraio del 1976, però, avvenne l’inaspettato. Masha tornò. Non era più una cucciola: pesava circa 150 chilogrammi, era forte, sana e perfettamente in grado di sopravvivere da sola. Eppure riconobbe l’uomo che l’aveva salvata e si avvicinò senza segni di ostilità. Ancora una volta, Mačuljak la nutrì. Ma non era sola. Con lei comparve un’altra orsa adulta, imponente, che l’uomo chiamò Mariya Mikhailovna. Non è chiaro se fosse la nuova compagna di Masha, una madre adottiva o semplicemente un’orsa con cui condivideva il territorio; ciò che è certo è che anche lei accettò la presenza umana senza aggressività.

cordialità siberiana Nikolai Machulyak

Per un breve periodo, quella porzione di tundra divenne teatro di qualcosa di quasi irreale. Come altro definire un uomo che dava da mangiare a due orsi polari selvatici, senza armi, senza recinzioni, senza spettacolarizzazione? La notizia si diffuse tra le comunità locali; bambini e curiosi attraversavano il ghiaccio sperando di assistere a quell’incontro che sembrava smentire ogni certezza sulla ferocia dell’orso polare. Ma non era una fiaba, e Mačuljak lo sapeva. Gli orsi restano animali imprevedibili, e l’errore umano, in quel contesto, si paga con la vita. Fu la moglie dell’esploratore, temendo per la sua sicurezza, a convincerlo a interrompere le visite.

cordialità siberiana Machulyak e l'orso

Quando il cibo cessò di arrivare, le orse scomparvero, come erano arrivate. Nessuna traccia, nessun avvistamento certo. Nel 1977 la storia venne raccontata a livello internazionale in un articolo dal titolo Request for Friendship, che contribuì a fissarla nell’immaginario collettivo come un esempio quasi miracoloso di convivenza tra uomo e predatore. Ma il significato profondo della vicenda è più complesso. Masha e Mariya non furono mai addomesticate, né “salvate” nel senso romantico del termine. Scelsero, per un tempo limitato, la fiducia invece della paura, senza perdere la loro natura selvatica.