Almanacco del 22 febbraio, anno 1848: anche in Francia fa il suo corso la “Primavera dei Popoli”, con lo scoppio dei moti di febbraio, la caduta della monarchia di luglio e la proclamazione della Seconda Repubblica. Consapevoli e informati sull’evoluzione degli eventi storici Oltralpe, possiamo giocare d’anticipo e affermare come la data del 22 febbraio 1848 non risulti importante per la sola Francia, ma anche per tutto il Vecchio Continente, scosso come fu in quel turbolento Quarantotto. Cerchiamo adesso di capire nel dettaglio cosa accadde il 22 febbraio e, a maggior ragione, come ci si arrivò dopo la già affrontata rivoluzione del 1830.

Quella del febbraio ’48 è altresì nota come “terza rivoluzione francese“; come mai? Senza scomodare il 1789, un ragionamento che abbia capo e coda si può fare partendo dagli anni ’30 del XIX secolo. Poco più di tre lustri bastarono alla Francia, nuovamente sotto una corona, quella dei Borbone-Orléans, per giungere ad una crisi strutturale del sistema-Stato. Dopo il 1830, Luigi Filippo d’Orléans aveva governato la Francia presentandosi come un sovrano “borghese”, garante delle conquiste liberali contro ogni ritorno dell’assolutismo.
In realtà, col passare degli anni, il suo regime si irrigidì sempre di più, fino a identificarsi apertamente con gli interessi dell’alta borghesia finanziaria. Il potere politico era concentrato nelle mani di un’élite ristrettissima. I dati sono emblematici in tal senso. Su una popolazione di circa 36 milioni di abitanti, meno di 250.000 avevano diritto di voto. Questi erano selezionati da un censo elevato che escludeva operai, artigiani, contadini e gran parte della piccola borghesia. Il popolo francese, fautore delle conquiste rivoluzionarie, non aveva quasi più voce in capitolo sulle questioni preminenti del Paese.

Dal 1840 il vero perno del sistema era François Guizot. Capo del governo e teorico di un liberalismo conservatore che mirava a congelare il conflitto sociale mantenendo intatti i rapporti di forza esistenti. Il suo celebre invito agli elettori potenziali («Enrichissez-vous») riassumeva l’idea che solo la ricchezza desse accesso alla cittadinanza politica. Ogni proposta di riforma elettorale, anche moderata, come l’abbassamento del censo, veniva sistematicamente respinta. A questo blocco politico si aggiunse, tra il 1846 e il 1848, una grave crisi economica. Non volendo andare troppo nello specifico, ci basti sapere che in quel biennio si sovrapposero in sequenza cattivi raccolti, aumento dei prezzi alimentari, crisi industriale-finanziaria e una preoccupante disoccupazione urbana. Il malcontento colpiva soprattutto Parigi, dove si concentravano operai, studenti e una piccola borghesia sempre più frustrata.
Il clima perfetto per la genesi della protesta. Protesta che assunse le sembianze, abbastanza curiose, dei banchetti. Cosa furono è presto detto. In primis un espediente politico tanto legale quanto simbolico. Siccome le riunioni politiche erano vietate, l’opposizione trasformò pranzi pubblici in occasioni di mobilitazione. Dal luglio 1847 alla fine dell’anno se ne tennero decine in tutta la Francia. Coinvolgevano deputati liberali, repubblicani e socialisti, uniti dalla richiesta di riforme politiche e dall’ostilità verso Guizot. Quando, nel dicembre 1847, il governo decise di vietare questi banchetti e Luigi Filippo ribadì pubblicamente la sua contrarietà a ogni riforma, la rottura divenne inevitabile.

Il 22 febbraio 1848, nonostante l’annullamento ufficiale di un grande banchetto previsto a Parigi, la protesta esplose spontaneamente. Studenti e operai si riversarono nelle strade, inizialmente chiedendo la riforma elettorale e le dimissioni di Guizot. Le manifestazioni si spostarono rapidamente verso i luoghi simbolo del potere, come la Camera dei deputati, mentre la Guardia nazionale mostrava segnali evidenti di simpatia per i dimostranti. Luigi Filippo disponeva teoricamente di forze imponenti, ma capì presto che una repressione militare avrebbe potuto trasformarsi in un massacro e in una guerra civile.
Il giorno successivo, il 23 febbraio, il licenziamento di Guizot sembrò aprire uno spiraglio di distensione. Fu un’illusione. La sera, nel boulevard des Capucines, un reparto dell’esercito aprì il fuoco sulla folla. 52 morti stesi sul freddo pavimento stradale. I cadaveri, portati in corteo notturno per le strade illuminate dalle torce, divennero il catalizzatore definitivo dell’insurrezione. Parigi si coprì di barricate e le società segrete operaie e artigiane assunsero la direzione del movimento, trascinando con sé studenti e settori della Guardia nazionale.

Il 24 febbraio la monarchia crollò rapidamente. Luigi Filippo, ormai isolato, rifiutò di affidarsi alla repressione armata e abdicò in favore del nipote. Il tentativo degli orléanisti di salvare il regime attraverso una reggenza fallì quando i rivoluzionari invasero il Parlamento e imposero la proclamazione di un governo provvisorio. Nel giro di poche ore, la monarchia di Luglio cessò di esistere. La Seconda Repubblica, inizialmente proclamata sotto la pressione della piazza, aprì una nuova fase della storia francese.
La rivoluzione di febbraio fu relativamente rapida ma profondamente ambigua. Le forze che avevano abbattuto il regime erano eterogenee: liberali moderati, repubblicani radicali e socialisti utopisti. Questa frattura emerse subito nel governo provvisorio, guidato formalmente da Dupont de l’Eure ma dominato dalla figura di Lamartine. Se da un lato vennero riconosciute libertà fondamentali e introdotto il suffragio universale maschile, dall’altro le aspettative sociali degli operai parigini rimasero in larga parte disattese. Le giornate di giugno 1848, represse sanguinosamente dal generale Cavaignac, segnarono la fine dell’alleanza rivoluzionaria e rivelarono il carattere profondamente borghese della Seconda Repubblica.

Il 22 febbraio 1848, dunque, non fu solo l’inizio di una rivolta urbana, ma il momento in cui si manifestò in modo irreversibile la crisi di un sistema politico incapace di includere le trasformazioni sociali della Francia industriale. La rivoluzione aprì uno spazio di speranza e di conflitto che, nel giro di pochi anni, sarebbe stato chiuso dall’ascesa di Luigi Napoleone Bonaparte e dalla restaurazione imperiale, mostrando quanto fragile fosse l’equilibrio tra democrazia, questione sociale e potere nel cuore dell’Europa ottocentesca.




