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La tragedia della Essex, la baleniera che ispirò Moby Dick

Molto probabilmente Herman Melville, per il suo romanzo Moby Dick, si ispirò anche alla tragedia della baleniera Essex. L’equipaggio della nave, infatti, si ritrovò bloccato sulle scialuppe di salvataggio. E per sopravvivere dovette prendere decisioni così terribili che i superstiti rimasero per sempre segnati da questa vicenda.

Il naufragio della Essex fu solo l’inizio

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Crediti foto: @American Heritage

In realtà è possibile che Herman Melville, per scrivere il suo romanzo, sia stato ispirato da diverse fonti. La prima potrebbe essere quella di Mocha Dick, di cui abbiamo già parlato in passato. E la seconda potrebbe essere proprio quella della baleniera Essex.

Era il 1819 e l’industria della caccia alle balene era assai fiorente. I nativi americani e gli abitanti dell’Alaska cacciavano balene da secoli. E poco dopo il lor arrivo, anche i coloni iniziarono a dedicarsi a questa pratica. Tuttavia ben preso le popolazioni di balene nell’Oceano Atlantico iniziarono a esaurirsi. Così le baleniere indirizzarono le loro prue verso l’Oceano Pacifico e l’Oceano Artico.

Fra queste baleniere figurava proprio la Essex. Quello del 1819 non era certo il suo primo viaggio. Costruita nel 1799, aveva già fatto sei viaggi. Di proprietà di Gideon Folger e Paul Macy, era più piccola di altre baleniere. Tuttavia, prima del viaggio del 1819, aveva subito alcuni lavori di ristrutturazione, fra cui anche la ramatura dello scafo. Quest’ultimo era formato di spesse assi di quercia.

La nave pesava 238 tonnellate, era lunga quasi 27 metri e larga un po’ più di 7,5 metri. Come le altre baleniere dell’epoca, era praticamente una fabbrica galleggiante per la lavorazione delle balene. Per massimizzare i profitti, essendo anche distantissimi dalla terraferma, ecco che le balene erano lavorate a bordo, in modo da prevenirne anche il deterioramento.

Quando la nave salpò quel 2 agosto del 1820 da Nantucket, aveva a bordo un equipaggio eterogeno ed esperto. A bordo c’erano 21 persone: 9 arrivavano da Nantucket, mentre 12 arrivavano da fuori l’isola. La nave era capitanata da George Pollard Jr.. Il primo ufficiale era il 21enne Owen Chase, mentre Matthew Joy era il secondo ufficiale.

la maggior parte dell’equipaggio era composta da veterani, a cui però si accompagnavano il 14enne Thomas Nickerson e il 16enne Owen Coffin, cugino di primo grado del capitano: entrambi erano alle prime armi in mare. Tuttavia, essendo cresciuti a Nantucket, erano avvezzi all’industria baleniera.

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Crediti foto: @Magzter

L’attacco – L’Essex partì così dal porto, si diresse a sud e un paio di mesi dopo la partenza, fece la sua prima cattura al largo delle coste del Brasile. Doppiato Capo Horn, riuscirono a trovare qualche balena al largo del Perù. Ma gli animali scarseggiavano, così Pollard stabilì di andare più a ovest.

Dopo una breve sosta in Ecuador, uno degli uomini disertò. Arrivati alle Galapagos, l’equipaggio catturò 200 tartarughe. E altre ne presero sull’isola di Floreana (all’epoca Charles). Pare che qui uno dei marinai diede accidentalmente fuoco all’isola, costringendo la nave alla fuga e potenzialmente causando l’estinzione di una specie di tartaruga e del tordo beffeggiatore.

Dopo un altro mese di viaggio, la Essex si trovava nel bel mezzo del Pacifico occidentale, nella zona chiamata Offshore Grounds. La mattina del 20 novembre, dopo aver avvistato delle balene, calarono tre scialuppe in acqua per partire all’inseguimento. Quella guidata da Chase, però, subì dei danni e il suo gruppo dovette ritornare sulla baleniera per le riparazioni.

Fu in quel momento che Chase avvistò un imponente capodoglio maschio, lungo circa 26 metri (la media era di 18 metri). Di punto in bianco il capodoglio si girò e iniziò a sfrecciare verso l’Essex, speronandone il lato a babordo. Poi passò sotto la nave, si fermò e tornò indietro, colpendola una seconda volta. Poi scomparve negli abissi.

L’equipaggio era sotto shock. La caccia alle balene era pericolosa, ma di solito le imbarcazioni non venivano attaccate. Chase si rese subito conto che il danno era a dir poco catastrofico. Le altre due scialuppe tornarono indietro e Pollard, sbalordito da ciò che vedeva, chiese a Chase cosa diamine fosse successo. Al che Chase rispose così: “Siamo stati travolti da una balena”. Che poi era un capodoglio, ma vabbè.

La lotta per la sopravvivenza – La nave era così danneggiata che nel giro di un’ora si inclinò di 45 gradi. L’equipaggio lavorò come un forsennato per prepararsi a sopravvivere mentre la nave inesorabilmente affondava. Le piccole scialuppe usate come mini baleniere furono rinforzate e aggiunsero anche nuove vele, ricavandole dal relitto.

Salarono alcuni strumenti di navigazione e provviste. Poi dovettero decidere come muoversi. Si divisero in tre squadre, una per ciascuna baleniera. A guidare le tre scialuppe erano Pollard, Chase e Joy. Pollard e Chase scelsero i marinai preferiti, mentre Joy si ritrovò con un equipaggio formato solamente da isolani.

Il cibo fu suddiviso fra le tre mini-baleniere e ognuna di esse ricevette un’arma da fuoco. Suddivisero anche gli strumenti di navigazione, ma quella di Joy non ne ricevette neanche uno.

A questo punto, però, dovevano anche decidere in che direzione navigare. Il capitano Pollard voleva andare verso ovest, ma Chase e Joy si opposero: obiettarono che quelle isole erano abitate da cannibali (tenete a mente questo fatto per dopo: il destino aveva in serbo un macabro destino per questi marinai) Questo almeno secondo i rumors dell’epoca. Decisero così di dirigersi prima a sud e poi a est, in modo da tornare in Sud America. Si parlava di percorrere mille miglia, controvento. Pollard dovette assecondare il suo equipaggio.

Razionando acqua e cibo, le navi, salpate insieme, percorsero circa 1.600 chilometri. Il 20 dicembre approdarono su un’isola disabitata che pensavano fosse Ducie Island. Invece era Henderson Island, la più grande delle quattro isole Pitcairn. Qui trovarono rifornimenti e si fermarono a riposare. Ma non potevano sopravvivere sull’isola sul lungo periodo e così dovettero ripartire.

Tre dei marinari originari di Nantucket decisero però di rimanere sull’isola: preferirono tentare la fortuna qui al tornare sulle imbarcazioni. Dopo altre due settimane di navigazione, dovettero ridurre ulteriormente le razioni. Sempre più denutriti, alcuni marinai iniziarono a morire. Il primo fu Joy, il quale aveva precedenti problemi di salute. Pochi giorni dopo la sua morte, l’imbarcazione di Chase si separò dalle altre e Chase e i suoi uomini si ritrovarono da soli.

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Crediti foto: @Stephen Montgomery, Wikimedia Commons tramite Flickr

L’usanza del mare – Sulla mini-baleniera di Joy, le cose andavano di male in peggio. Senza la sua guida, i marinai smisero di razionare il cibo. Le scorte diminuivano a vista d’occhio e un altro marinaio, Lawson Thomas, morì. E qui i superstiti presero una macabra decisione. Al posto di abbandonare il suo corpo al mare, decisero di usarlo per nutrirsi. L’alternativa era quella di morire di fame.

La pratica del cannibalismo fra marinai non era una novità. Si parlava di “usanza del mare”: in caso di naufragio, pur di garantire la sopravvivenza, era considerato tragico, ma accettabile, nutrirsi di chi era morto.

E quando nessuno moriva per cause naturali, a volte i naufraghi ammettevano di aver tirato a sorte per stabilire chi dovesse morire per nutrire gli altri. Mentre gli uomini continuavano a morire sulla barca di Joy, ecco che erano mangiati dai sopravvissuti. Stessa cosa accadde sulla barca di Pollard.

Sulla barca di Chase, il primo uomo a morire, Richard Peterson, fu seppellito in mare. Ma quando morì il secondo, Isac Cole, ecco che dovettero arrendersi all’usanza del mare. Ormai erano rimasti tre uomini sulla barca di Chase e quattro su quella di Pollard. E quella di Joy? Finì con l’allontanarsi da quella di Pollar e non fu mai più ritrovata.

Il 74esimo giorno, gli uomini sulla barca di Pollard decisero di tirare a sorte per determinare chi avrebbe dato la vita per salvare li altri. A prendere la pagliuzza più corta fu il 16enne Owen Coffin. Pollard però aveva promesso alla zia di prendersi cura del ragazzo e gli disse che non era obbligato a farlo. Ma Coffin si era ormai rassegnato al suo destino e si fece sparare dai suoi amici, finendo così mangiato da loro.

Il salvataggio – Il 18 febbraio 1821, 91 giorno dopo il naufragio, finalmente Chase e altri due sopravvissuti sulla sua barca furono salvati. Li trovò la Indian, una nave britannica: si trovava a un giorno di navigazione dalla costa del Cile. La baleniera Dauphin, invece, recuperò l’imbarcazione del capitano il 23 febbraio. Solamente il capitano e un altro marinaio erano sopravvissuti. I cinque superstiti si riunirono poi in Cile. Raccontarono poi dei tre uomini rimasti sull’isola, i quali incredibilmente furono ritrovati vivi e recuperati il 9 aprile.

Dei venti rimasti a bordo dopo la partenza del Sud America erano rimasti vivi solamente otto uomini. E sette furono mangiati dai loro compagni. I superstiti tornarono a casa a Nantucket e nessuno li giudicò per l’usanza del mare. Tranne la zia di Pollard, che non perdonò mai il nipote per aver permesso che il cugino fosse mangiato. Questa vicenda all’epoca fece notizia ed è probabile che anche Herman Melville ne fosse influenzato. Anzi: Melville si incontrò con Pollard Nantucket e lui è anche citato in Moby Dick.