Storia Che Passione
Accadde oggi: 10 gennaio

Accadde oggi: 10 gennaio

Almanacco del 10 gennaio, anno 49 a.C.: Gaio Giulio Cesare, alla testa del suo esercito, varca il fiume Rubicone, scatenando la guerra civile romana. L’episodio è certamente tra i più celebri della storia antica, ma non tutti sanno quanto sia davvero intriso di curiosità e al contempo di controversie (linguistiche come geografiche).

Accadde oggi: 10 gennaio

Infarinatura di storia romana, ok? Durante il tardo periodo repubblicano, il fiume Rubicone (il quale oggi scorre nella provincia di Forlì-Cesena, giusto per avere un’idea della posizione geografica) rappresentava il confine naturale e politico fra l’Italia sotto il diretto controllo di Roma e la Gallia Cisalpina, formalmente una provincia. La differenza non era puramente simbolica: tradizionalmente nessun generale poteva varcare la frontiera in armi.

Dunque verrebbe da chiedersi: perché mai un esercito avrebbe dovuto oltrepassare il fiume con intenti bellicosi? La risposta risiede nel contesto politico romano. All’inizio del 49 a.C. la Repubblica romana era ormai logorata da un conflitto politico che non trovava più spazio di mediazione nelle sue istituzioni tradizionali. Il Senato, sempre più timoroso del prestigio e della popolarità di Gaio Giulio Cesare, aveva scelto di contrapporgli Gneo Pompeo Magno, rompendo definitivamente l’equilibrio su cui si era retto il primo triumvirato.

10 gennaio guerra civile romana

La decisione di nominare Pompeo console sine collega nel 52 a.C., evento eccezionale nella prassi repubblicana, segnò un punto di svolta. L’aristocrazia senatoria intendeva ormai affidarsi a un uomo forte per arginare Cesare, mentre negli anni successivi vennero eletti sistematicamente consoli appartenenti alla fazione pompeiana. Cesare, reduce da quasi un decennio di campagne vittoriose in Gallia, era consapevole che il rientro a Roma senza una carica magistratuale lo avrebbe esposto a processi e alla rovina politica. Per questo aveva chiesto di potersi candidare al consolato in absentia per l’anno 49, come già aveva tentato invano nel 61 a.C. Il rifiuto del Senato, sostenuto in particolare da Catone l’Uticense, chiarì definitivamente che non gli sarebbe stata concessa alcuna via d’uscita onorevole.

Nel corso del 50 a.C. Cesare tentò ancora una soluzione di compromesso. Propose, tramite i tribuni della plebe, che sia lui sia Pompeo sciogliessero contemporaneamente i loro eserciti. La proposta, che avrebbe ristabilito formalmente la legalità repubblicana, fu respinta. Il Senato ordinò invece a entrambi di fornire una legione per una presunta spedizione contro i Parti. Cesare obbedì, ma fece circolare ad arte la voce che i suoi soldati fossero pronti a disertare, inducendo Pompeo a sottovalutare la reale fedeltà delle legioni galliche al loro comandante.

Intanto, l’assemblea senatoria elesse consoli per il 49 Lucio Cornelio Lentulo e Gaio Claudio Marcello, entrambi apertamente ostili a Cesare. Decretò inoltre che il proconsole dovesse sciogliere l’esercito entro la fine dell’anno e rientrare a Roma come privato cittadino, pena la dichiarazione di hostis publicus, nemico pubblico.

10 gennaio fiume Rubicone

Tra il 1° e il 9 gennaio del 49 a.C. il Senato si riunì ripetutamente per discutere le ultime proposte cesariane e predisporre la guerra. Le sedute decisive dell’8 e 9 gennaio si svolsero nel tempio di Bellona, fuori dal pomerium, per consentire la presenza di Pompeo, che deteneva ancora il comando militare (la lex romana impediva ai magistrati dotati di comando militare di stanziare entro il pomerium cittadino).

In quelle riunioni, alle quali non parteciparono i tribuni filocesariani per timore della propria incolumità, si sancì la rottura definitiva. Il Senato votò il senatus consultum ultimum (ricordate quanto pesante fosse il gesto?) e affidò a Pompeo la difesa della Repubblica. Costretti a fuggire da Roma, i tribuni trovarono rifugio presso Cesare, fornendogli un potente argomento politico: la trasgressione della loro inviolabilità sacrosanta dimostrava che l’oligarchia aveva calpestato le stesse fondamenta della legalità repubblicana.

Dopo una notte insonne, Cesare prese una decisione storica, che gli autori latini tramandano in diverse salse. Svetonio ad esempio narra come Cesare, alla testa della XIII Legio Gemina, ancora sulle rive del fiume Rubicone, pronunciò le seguenti parole: «Siamo ancora in tempo a tornarcene indietro, ma quando avremo superato quel ponticello tutto dovrà essere regolato con la spada».

10 gennaio colonna

Dopo aver ordinato a cinque coorti di marciare oltre il fiume, egli stesso lo attraversò. Nel farlo, disse in greco antico “anerrìphtho kybos”. Il testimone oculare Asinio Pollione e lo stesso Svetonio confermano che la frase, traducibile in latino con alea iacta est e in italiano con il dado è tratto, fu pronunciata in greco antico. Cesare lo parlava benissimo, e sembra anzi che la frase completa fosse «Andiamo là, dove i prodigi del cielo e l’ira dei miei nemici mi chiamano: il dado è tratto». Tito Livio è di un altro parere. Secondo lo stesso, attraversando il Rubicone, il proconsole disse «Alla testa di cinquemila uomini e trecento cavalli Cesare mosse contro l’universo».

Rapidamente Cesare prese la città di Ariminium (Rimini) dove si ricongiunse con i tribuni fuggiti da Roma. Il legame politico che un tempo lo aveva unito a Pompeo era ormai spezzato. Crasso era morto, l’equilibrio crollato, e la Repubblica stava per essere travolta da un conflitto che avrebbe cambiato per sempre il volto di Roma. Insomma, il caro buon vecchio Cesare non aveva tutti i torti nel credere che il dado fosse tratto.

Chicca finale: l’odierno fiume Rubicone forse non è lo stesso fiume che i Romani chiamavano Rubico. Fino al 1933 compariva sulle mappe geografiche come fiume Fiumicino. Sotto il fasc.smo ci si decise a dare il nome Rubicone al Fiumicino, preferendolo ad altri due fiumi altrettanto papabili. Essi sono l’Uso e il Pisciatello. Gli ultimi rinvenimenti archeologici danno credito al decreto mussoliniano del ’33.