Fotografia di Reuters, località anonima, data sconosciuta. La fotografia che si sottopone al vostro sguardo giudizioso è alquanto bizzarra, ma non così fuori dal mondo. I volti vi saranno familiari, ma le descrizioni testuali affiancate alle facce sembrano non combaciare. Il cervello non vi ha ingannati: quelli sono Kim Jong-il e suo figlio Kim Jong-un, gli ultimi due leader nordcoreani in successione. E questi pezzi di carta, supervisionati dall’agenzia di stampa Reuters, dovrebbero essere i loro documenti falsi, realizzati e sfruttati negli anni ’90 dello scorso secolo.

Allora, i documenti falsi risalgono al decennio ’90. Cosa rappresentò quell’arco cronologico per la Corea del Nord? Beh, il regime stava affrontando il crollo del sistema socialista internazionale. Non una cosa da poco. Altri accadimenti rilevanti furono una devastante carestia interna e la delicata transizione dinastica dopo la morte di Kim Il-sung nel 1994. Kim Jong-il, pur designato erede, non godeva ancora di un potere pienamente consolidato. È in questo contesto che l’uso di identità alternative assume un significato tutt’altro che marginale.
Secondo Reuters, entrambi i passaporti furono rilasciati il 26 febbraio 1996 e recano il timbro dell’ambasciata brasiliana a Praga. Kim Jong-il compare sotto il nome di Ijong Tchoi, nato a San Paolo nel 1940; Kim Jong-un sotto quello di Josef Pwag, nato sempre a San Paolo nel 1983. Le incongruenze anagrafiche sono evidenti, ma ciò che ha colpito maggiormente gli analisti riguarda un altro dettaglio. Le fotografie sono autentiche. Fonti attendibili confermarono a Reuters che il riconoscimento facciale non lascia dubbi sull’identità dei soggetti ritratti.

Questi passaporti, ottenuti in modo fraudolento, sarebbero stati utilizzati per richiedere visti turistici, probabilmente per spostamenti in Brasile, Giappone e Hong Kong. Non esistono conferme ufficiali sui viaggi effettivamente compiuti, ma l’ipotesi è perfettamente coerente con ciò che sappiamo delle abitudini della famiglia Kim. Kim Jong-il, in particolare, era noto per muoversi all’estero sotto falso nome, spesso in modo discreto, lontano dai riflettori della diplomazia ufficiale. Si tende a credere che padre e figlio si siano recati a Disneyland Tokyo. Supposizioni, semplici e simpatiche supposizioni.
Tuttavia, l’aspetto più inquietante – e politicamente significativo a mio parere – emerge dalle valutazioni dei servizi di sicurezza citate da Reuters. Quei documenti non servivano soltanto a viaggiare, ma potevano costituire una via di fuga di emergenza. In altre parole, anche nel cuore di uno dei regimi più chiusi e militarizzati del pianeta, esisteva la consapevolezza che il potere potesse vacillare.

Questa pratica, del resto, non era affatto nuova. La Corea del Nord ha fatto un uso sistematico di passaporti falsi e identità fittizie fin dagli anni della Guerra fredda. La presenza del Brasile in questa storia solleva interrogativi delicati. Negli anni ’90 il Paese disponeva di un sistema documentale relativamente vulnerabile, ma non esistono prove di un coinvolgimento istituzionale diretto. Più verosimile è l’azione di reti intermediarie, capaci di sfruttare falle burocratiche, complicità locali o circuiti di corruzione consolare.




