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Chichén Itzá tempio

Alla ricerca delle camere perdute del tempio di Chichén Itzá

Se c’è un tempio, devono esserci anche delle camere nascoste. Perché chi mai costruirebbe un tempio monumentale senza infilarci qua e là qualche segreto? Qualcosa del genere deve aver pensato questo team internazionale di archeologi che ha deciso di andare alla ricerca delle perdute camere nascoste del tempio di Chichén Itzá, in Messico.

Ci sono davvero delle camere perdute nel tempio di Chichén Itzá?

Chichén Itzá tempio

Sappiamo che la costruzione della piramide di El Castillo aka Tempio di Kukulcan a Chichén Itzá andò avanti dall’VIII al XII secolo d.C. Realizzata in onore di Kukulcan, divinità Maya raffigurata come un serpente piumato, ecco che da tempo si sospetta che qua e là ci sia qualche stanza nascosta non ancora scoperta.

Studi risalenti al 2018 avevano stabilito che El Castillo era costruito sopra una grande cavità piena d’acqua (cenotes), la quale si estendeva fino a 21 metri di profondità. Per i Maya, i cenotes erano luoghi sacri e portali che li conducevano con l’oltretomba, lo Xibalbà. Inoltre erano anche considerati la dimora di Chaac, il dio della pioggia.

Chichén Itzá messico

Questo nuovo studio realizzato dall’Istituto nazionale di antropologia e storia del Messico (INAH), però, applicherà una tecnica di imaging non invasiva che sfrutta i muoni dei raggi cosmici presenti in natura per stabilire la densità interna di oggetti, strutture (anche di grandi dimensioni) e formazioni geologiche naturali.

La tecnica inizialmente sarà utilizzata per individuare la posizione di due camere interne già note, scoperte negli anni Trenta durante gli scavi di un tunnel di accesso. Questo servirà per capire se la muografia potrà successivamente essere applicata al resto della struttura, in modo da scovare camere sconosciute e nascoste.

Chichén Itzá

Se questa tecnica si rivelerà efficace, potrebbe anche aiutare a stabilire se esista o meno una sottostruttura che originariamente fungeva da sito di sepoltura reale.

Incrociando le dita, questo studio potrebbe aprire la strada a nuovi metodi per l’esplorazione non invasiva di architetture monumentali. Magari potrebbe anche aiutare a scoprire cosa c’è sotto la Sfinge e la Piana di Giza.