Stanchi delle solite bomboniere ricevute ai matrimoni, comunioni e cresime? Ebbene, sappiate che durante gli antichi banchetti romani potevate ricevere questo simpatico scheletro. Chiamato larva convivialis erano statuette considerate “fantasmi da banchetto” e distribuite proprio durante queste ricorrenze alla stregua di macabre bomboniere.
A cosa serviva la larva convivialis?

Fermo restando che meglio ricevere una larva convivialis che l’ennesimo finto Swarovski che non ci ha creduto abbastanza, la vetusta statuetta di ceramica raffigurante un improbabile Cupido con le fattezze di Eros di Pollon o un inguardabile posacenere perfetto da usare in un cosplay del discobolo, ecco che questa larva convivialis in particolare era realizzata in bronzo.
Fra l’altro è una delle poche larva convivialis giunte fino a noi. Lo scheletro originario doveva avere braccia e gambe articolate, ma a noi è arrivato solamente il femore della gamba sinistra. Il cranio presenta grandi orbite rotonde e un bel sorriso. Alto 6,6 centimetri, ecco che secondo uno studio del 1980 realizzato da Faya Causey Frel, all’epoca curatrice del Getty Museum, lo scheletro fungeva da “memento mori”.

In pratica serviva per ricordare ai partecipanti quanto fosse breve la vita e quanto fosse inevitabile la morte. Diciamo che forse non era il miglior messaggio da lasciare in ricordo alla fine di un banchetto.
Comunque sia, questi scheletri inquietanti erano forse distribuiti durante i banchetti per omaggiare l’Epicureismo, sistema filosofico che considerava la morte come principale paura dell’uomo. E che insegnava che, per questo motivo, gli uomini dovevano approfittare di tutto ciò che la vita aveva da offrire.
Secondo quanto spiegato dal Getty Museum, l’arte e la letteratura romana amavano spesso collegare i banchetti con la morte. Il che, a ben pensarci, è un po’ quello che succede quando io provo a cucinare qualcosa.

Tornando in tema, nel Satyricon di Petronio, si racconta di un uomo di nome Trimalcione. Costui stava organizzando una cena e no schiavo portò uno scheletro d’argento costruito in modo che le articolazioni e le vertebre fossero mobili, per poter essere orientate in tutte le direzioni. Lo schiavo gettò lo scheletro sul tavolo un paio di volte, facendogli assumere atteggiamenti grotteschi.
Trimalcione così esclamò che “questo scheletro qui davanti a noi è importante quanto lo siamo sempre stati noi! Viviamo dunque finché possiamo, la vita ci è cara”.




