Chiunque abbia messo piede a questo mondo – nel passato, come nel presente, e così sarà nel futuro – si è posto almeno una volta nella vita la domanda delle domande: perché facciamo del male? Se la storia, secondo un’interpretazione semplicistica ma effettiva, altro non è che la traccia di tutte le opere umane da che si tiene conto del tempo, allora balzerà all’occhio come tra le infinite cose belle accadute, ve ne sono alcune talmente tanto tremende da risultare quasi innaturali, di un altro mondo. Violenze, omicidi, guerre, stermini e dittature sanguinarie; sono solamente un petalo della rosa che la malvagità umana è in grado di far sbocciare. Gli interrogativi a tal riguardo esistono da sempre, ma alcuni esperimenti psicologici interessanti sono solamente dello scorso secolo. Dar loro uno sguardo è cosa buona e giusta.

Parto con quello che viene spessissimo citato nelle discussioni afferenti l’agire umano e le sue problematiche implicazioni quando si è svincolati dalle responsabilità dei propri gesti. Avete presente i sottoposti del regime nazista che giuravano di non aver commesso alcuna atrocità in quanto “eseguivano solamente ordini“? Ecco, sto parlando di quella roba lì. Chi volle vederci chiaro in tal senso fu Stanley Milgram.
Già lo conosciamo per un’altra teoria molto affascinante, quella del “piccolo mondo” di cui già si è detto (Frigyes Karinthy e l’affascinante teoria dei “Sei gradi di separazione”), ma per quello che riguarda quest’oggi, l’esperimento da dover prendere in esame è quello del 1961. I più attenti fra voi avranno già collegato la tematica di fondo, il riferimento al Terzo Reich e la tempistica cronologica. Quando Milgram si chiese se fosse possibile commettere cattive azioni se svincolati dalle responsabilità, assunte invece da un’autorità superiore, lo fece perché in parallelo, in una corte speciale di Gerusalemme, si stava processando Adolf Eichmann.

L’esperimento Milgram constava di passaggi facilmente intuibili. Fingendo di condurre un esperimento sull’apprendimento, raccolse un gruppo di volontari e li convinse di essere dei semplici assistenti, quando in realtà essi furono i veri soggetti dell’esperimento. Un complice di Milgram avrebbe finto di essere il soggetto sperimentale. L’incarico di quest’ultimo fu quello di svolgere dei compiti di memorizzazione; ad ogni errore, avrebbe ricevuto una scossa elettrica (finta, quindi si trattava di pura simulazione da parte del collaboratore) impartita dal volontario ignaro, ma su esplicito comando di Milgram.
Sapete come andò a finire? Una buona percentuale dei volontari, sentendosi affrancati dal peso della decisione, accettò di infliggere la scarica elettrica al collaboratore di Milgram. Alcuni si mostrarono più reticenti di altri, ma nella sostanza le conclusioni a cui giunse lo psicologo statunitense restarono invariate.
Il 1961 si rivelò essere un anno particolarmente proficuo per chi intese condurre degli esperimenti psicologici sulla malvagità umana. Come Milgram, Albert Bandura si pose una domanda a riguardo: nell’ambito della teoria dell’apprendimento sociale, un bambino impara come doversi comportare in determinate situazioni più per imitazione di un modello o più per le ricompense promesse a seconda dell’atteggiamento adottato? Se l’aveste chiesto a Bandura stesso nel ’61, vi avrebbe indicato la prima opzione.

Nell’esperimento della bambola Bobo, lo psicologo divise dei bambini in tre gruppi. Il primo avrebbe assistito alla scena di un adulto che gioca con la bambola Bobo; il secondo avrebbe osservato un adulto che non interagisce con il pupazzo; il terzo si sarebbe ritrovato di fronte a gesti violenti dell’adulto perpetrati nei confronti di Bobo. I tre gruppi vennero poi lasciati soli con la bambola Bobo, e fu lì che l’esperimento fece centro. Le tre “categorie” di bambini emularono sostanzialmente gli atteggiamenti dell’adulto che avevano osservato in precedenza. In pratica si sottolineò quanto fosse pericolosamente efficace un modello fatto di aggressività, prevaricazione e violenza.
E poi, 10 anni dopo, arrivò l’esperimento carcerario di Stanford, ideato e condotto dallo psicologo sociale Philip Zimbardo. Probabilmente quest’ultimo è tra i più celebri del campo di ricerca. Tanto per l’obiettivo di partenza quanto per gli esiti, inattesi persino per il professor Zimbardo, a cui si giunse.
Il professore e un team di colleghi raggruppò dei volontari selezionati fra gli studenti dell’Università di Stanford. Dopo una perizia capace di stabilire la completa assenza nei volontari di tratti associabili a psicopatia, sadismo, eccessiva aggressività o altri tipi di disturbi, gli sperimentatori suddivisero arbitrariamente i ragazzi in due gruppi ben distinti: guardie carcerarie da una parte, prigionieri dall’altra. Per poco più di due settimane, i gruppi avrebbero simulato l’ordinarietà di un qualsivoglia tipo di carcere.

Malgrado i richiami del professore a non eccedere con atti violenti, il realismo della situazione toccò apici estremi. Tanto che i soggetti dell’esperimento dimenticarono di essere tali. Ben presto si creò un ambiente intriso delle logiche violente fra carnefici e vittime. Senza andare troppo nello specifico, si può dire come Zimbardo dimostrò che le circostanze, se favorevoli, possono agevolare comportamenti deprecabili da parte delle persone. Insomma, cattivi non si nasce, si diventa.
Abbiamo parlato di disimpegno morale, di dislocazione della responsabilità, di giustificazione morale. Senza esplorare i campi della deumanizzazione (Gaza è esemplificativo di quello che intendo) e dell’etichettamento eufemistico (a cui progressivamente ci stiamo abituando), mi resta che citare, seppur velocemente, il meccanismo noto come diffusione della responsabilità. Forse quello più sottovalutato, ma altrettanto atroce.

Qui voglio prendere in esame velocemente un caso di cronaca, la cui analisi vale tanto quanto lo studio di uno di questi esperimenti psicologici. È il 13 marzo 1964. In una New York assorbita dalle tenebre della notte, la 29enne Kitty Genovese viene raggiunta da un uomo mentre sta per rientrare a casa sua. L’uomo in questione prima l’afferra e poi l’accoltella. Le urla della donna sono fortissime e raggiungono le orecchie dei molti vicini, i quali però scelgono di non agire. Genovese morirà in ambulanza. Perché nessuno fra quelli che compresero l’entità dell’accaduto alzò un dito per salvare la ragazza? Non un intervento diretto, non una chiamata alla polizia: come si spiega una simile impassibilità? Semplice: ognuno credette che qualcun altro avesse dato l’allarme, cosa che invece non accadde.
Molti lo definiscono “effetto spettatore“, ed è quel fenomeno della psicologia sociale che si riferisce a determinati casi in cui gli individui non offrono alcun aiuto a una persona in difficoltà, in una situazione d’emergenza, quando sono presenti anche altre persone.




