Le prime tracce di una presenza greca nella penisola iberica sembrano collocarsi tra la fine del IX e l’inizio dell’VIII secolo a.C. Tuttavia, questi contatti iniziali appaiono episodici e destinati a interrompersi abbastanza presto. Per circa un secolo le fonti tacciono, e solo a partire dalla seconda metà del VII secolo a.C. è possibile ricostruire con maggiore sicurezza una ripresa dei rapporti tra il mondo greco e l’estremo Occidente. Lembo di mondo ove, a quei tempo, la città-stato di Tartesso era egemone. Cosa sappiamo su di lei e sul contatto con gli elleni?

Dunque, i protagonisti di questa nuova fase furono navigatori ionici, provenienti soprattutto dalla costa occidentale dell’Asia Minore e dalle isole dell’Egeo orientale. In questo contesto emerge la figura di Coleo di Samo, mercante e armatore che, secondo la tradizione, fu il primo greco a raggiungere il remoto territorio di Tartesso, identificato dai Greci come una regione ricchissima situata oltre le Colonne d’Ercole.
Le notizie sull’impresa di Coleo sono scarse e volutamente vaghe. È verosimile che lo stesso mercante abbia contribuito a mantenere un alone di mistero attorno alla rotta seguita, al fine di proteggere un circuito commerciale estremamente redditizio dalla concorrenza di altri navigatori. Secondo Erodoto, Coleo aveva inizialmente pianificato un viaggio verso l’Egitto, che tra il 640 e il 630 a.C. stava diventando una meta privilegiata per i mercanti greci, in particolare ionici.
Una serie di deviazioni, attribuite dallo storico all’azione dei venti (e implicitamente a una volontà divina) lo spinsero prima verso l’isola di Platea, al largo della costa libica, e successivamente oltre lo stretto di Gibilterra, nell’Oceano Atlantico. Fu così che Coleo giunse in un territorio che chiamò Tartesso, presentato come un luogo ai confini del mondo conosciuto.

Di ciò che vi trovò sappiamo pochissimo: nessuna informazione dettagliata sugli scambi, sulle merci trasportate o sulle modalità di contatto con le popolazioni locali. L’unico dato concreto riguarda l’eccezionale profitto ottenuto. Ben 60 talenti, equivalenti a circa 1.550 kg di argento. Come prescritto dall’uso, Coleo consacrò una decima del guadagno a Hera, facendo realizzare un imponente bacino bronzeo decorato con grifoni, sorretto da tre figure colossali inginocchiate, collocato nel grande Heraion di Samo. Questo dono votivo rappresenta una delle più antiche testimonianze materiali dei rapporti tra il mondo greco e l’Occidente estremo.
Coleo affermava inoltre di non aver incontrato altri Greci a Tartesso, ma i reperti votivi del santuario di Hera suggeriscono che i Sami, e probabilmente altri Ioni, sfruttarono rapidamente le potenzialità di questo nuovo emporion. La scoperta della rotta occidentale non poteva restare segreta a lungo. Gli ambienti commerciali del Mediterraneo orientale erano fortemente interconnessi. Luoghi come l’Egitto favorivano la circolazione di informazioni. All’inizio del VI secolo a.C., il faraone Amasi istituzionalizzò l’emporio di Naucrati, consolidando la presenza greca nel delta del Nilo. Questa è una storia che conosciamo molto bene, se ricordate.

Furono però i Focei a trarre il massimo vantaggio dai contatti con Tartesso. Dotati di pentecontere, navi leggere ma armate, essi potevano affrontare lunghe traversate e difendersi in mari ostili. Ancora una volta è Erodoto ad attribuire loro la scoperta dell’Adriatico, del Tirreno e della penisola iberica. Sebbene tali affermazioni riflettano una prospettiva fortemente focea, indicano comunque un ruolo centrale di questa comunità nelle esplorazioni occidentali.
Grazie a queste fonti compare per la prima volta il nome di Argantonio, sovrano di Tartesso. Erodoto gli attribuisce una longevità eccezionale – ossia 120 anni di vita e 80 di regno, per non farsi mancare nulla – collocandolo chiaramente in una dimensione a metà tra storia e leggenda. Tentativi moderni di razionalizzare questi dati (dinastie omonime, titoli regali) restano ipotesi, ma è evidente che la figura di Argantonio rientra nel repertorio delle narrazioni sulle “terre meravigliose” poste ai confini dell’ecumene.
La fama di Tartesso si diffuse rapidamente anche nella poesia. Anacreonte di Teo allude a un regno tanto prospero quanto longevo. Poi c’è il nostro amico Stesicoro, che nel VI secolo a.C. colloca sulle rive del fiume Tartesso una delle fatiche di Eracle, sottolineando le “radici argentee” del territorio. Argantonio, di nuovo secondo Erodoto, instaurò un rapporto di philia con i Focei. Significa che offrì loro la possibilità di insediarsi nel suo regno. I Greci rifiutarono, almeno inizialmente. Accettarono poi un sostegno economico che permise la costruzione delle mura di Focea, poi confermate archeologicamente e databili ai primi decenni del VI secolo a.C.

Questo tipo di rapporto non era eccezionale. La philia ritualizzata costituiva uno strumento diplomatico attraverso cui alleanze personali producevano vantaggi collettivi. Esempi analoghi sono Naucrati in Egitto, Lampsaco e Massalia, dove il legame personale tra élite favorì l’insediamento greco. Un concetto, quest’ultimo, affrontato nell’approfondimento sulla concezione antica del termine “colonia”.
Le fonti antiche non permettono di localizzare con precisione Tartesso. Ma qui entra in gioco l’archeologia, la quale offre indicazioni un po’ più solide. Huelva emerge come il sito con la più alta concentrazione di materiali greci tra la fine del VII e la prima metà del VI secolo a.C. Ceramiche ioniche e attiche, produzioni locali di imitazione greca e iscrizioni in lingua greca. Sono reperti che attestano una presenza stabile, non limitata a scambi occasionali.

Molte iscrizioni hanno carattere votivo, a dimostrazione del ruolo centrale della religione come strumento di mediazione culturale. Sebbene l’esistenza storica di Argantonio non sia verificabile, la sua persistenza nelle fonti suggerisce che la memoria di intensi rapporti commerciali venne personificata in un sovrano ideale: longevo, benevolo e amico dei Greci.
L’ultima menzione di Argantonio coincide con la caduta di Focea sotto i Persiani (ca. 545 a.C.). Quando i Focei decisero di emigrare per evitare la schiavitù, Tartesso non era più un’opzione. Il re era ormai scomparso, e con lui si chiudeva una fase cruciale dei rapporti tra Grecia e l’Occidente oltre le Colonne d’Ercole.




