Inutile nascondersi dietro un dito: a lungo – e in parte ancora oggi – abbiamo compiuto l’associazione esclusiva Giappone feudale-samurai. Soprattutto perché il contesto storico, già edulcorato dalle più svariate rappresentazioni letterarie, cinematografiche e artistiche, ben si sposa con l’ideale del guerriero disciplinato, ovviamente legato a un signore e a un codice d’onore, simbolo di una classe aristocratica tanto colta quanto marziale. Accanto a questa immagine consolidata, esiste una realtà meno nota ma altrettanto significativa, quella delle Onna-Bugeisha, nobildonne addestrate all’arte della guerra.

A differenza di quanto avveniva in gran parte dell’Europa medievale, molte donne giapponesi delle classi elevate ricevevano un’educazione che comprendeva la lettura, la scrittura e competenze amministrative. Questo le rendeva figure centrali nella gestione economica e familiare, soprattutto nei lunghi periodi di assenza degli uomini impegnati in guerra. Ma a questa formazione “civile” si affiancava, in numerosi casi, un addestramento militare vero e proprio. L’arma simbolo di queste guerriere era la naginata, una lunga asta con lama ricurva, particolarmente adatta al combattimento difensivo e capace di tenere a distanza l’avversario.
In alcune circostanze, una donna poteva essere riconosciuta pienamente come guerriera: vestire come un samurai, portare armi e partecipare direttamente alle campagne militari del proprio signore. Non si trattava dunque di semplici figure marginali o occasionali, ma di protagoniste attive, seppur minoritarie, del sistema feudale giapponese.

Tra queste figure emerge con forza il nome di Tomoe Gozen, forse la più celebre Onna-Bugeisha della tradizione. Attiva nel XII secolo durante le guerre Genpei, viene descritta dalle cronache come una combattente eccezionale, capace tanto con l’arco quanto con la spada. Le fonti, intrise di elementi letterari, la ritraggono anche come una donna di straordinaria bellezza. Ma è la sua abilità in battaglia e il suo coraggio a renderla una figura leggendaria, capace di influenzare l’immaginario delle generazioni successive.
Diverso, ma altrettanto significativo, è il caso di Hōjō Masako. Dopo la morte del marito, fondatore dello shogunato Kamakura, entrò in convento diventando monaca buddhista, ma continuò a esercitare un ruolo politico di primo piano. La sua autorità fu tale da farla ricordare come la prima donna (storicamente accertata) a governare de facto il Giappone, dimostrando come il potere delle Onna-Bugeisha potesse estendersi ben oltre il campo di battaglia.

Nel XIX secolo, in un Giappone ormai prossimo alla fine del sistema feudale, si colloca la figura tragica e potente di Nakano Takeko. Durante la guerra Boshin del 1868 (la stessa a cui prese parte un’altra spadaccina a noi nota…), guidò un’unità composta esclusivamente da donne contro le forze imperiali. Armata della sua naginata, si distinse per ferocia e determinazione, abbattendo numerosi nemici prima di essere colpita mortalmente. Consapevole del destino che attendeva i caduti chiese alla sorella di decapitarla. Come si spiega una simile richiesta? Beh, farlo avrebbe preservato il proprio onore, un gesto che richiama profondamente l’etica guerriera del tempo.
Con l’avvento del periodo Edo (1600-1868), caratterizzato da una lunga stabilità interna, il ruolo militare delle donne subì un progressivo ridimensionamento. Le nuove norme sociali e matrimoniali contribuirono a relegarle sempre più nella sfera domestica, riducendo lo spazio per la figura della guerriera. Tuttavia, la memoria delle Onna-Bugeisha non scomparve mai del tutto, sopravvivendo nella letteratura, nelle cronache e oggi nella cultura popolare.




