L’uomo che vedete nella foto è Gerhard Henrik Armauer Hansen, il medico che per primo, nel 1873, riuscì a identificare il Mycobacterium leprae, il batterio responsabile della lebbra. E questo nonostante la malattia fosse nota fin dall’antichità (ma non il suo agente eziologico).
Gerhard Armauer Hansen e la scoperta del batterio della lebbra

Intendiamoci: la lebbra era una malattia nota sin dall’antichità. Non si sa da dove abbia avuto origine, ma è certo che i resti umani più antichi che riportavano segni di lebbra risalgono al II millennio a.C., in India e Pakistan.
Ma anche Celso e Plinio il Vecchio parlavano di questa malattia nell’antica Roma. A dire il vero, nei tempi antichi, il termine “lebbra” era utilizzato per indicare una qualsiasi malattia che colpisse la pelle. Troviamo il termine usato anche nel Levitico, nell’Antico Testamento, ma probabilmente la malattia chiamata lebbra nella Bibbia non è la patologia che conosciamo noi.
La prima descrizione della lebbra così come la conosciamo oggi risale al VII secolo, in India. In Europa il periodo di maggior diffusione fu il XIII secolo. Verosimilmente divenne endemica dopo essere stata trasportata dall’Oriente a seguito delle Crociate. A loro volta i Conquistadores e i mercanti la esportarono nell’America Latina nel corso del XVI secolo.

Tornando in ambito medico, nel 1847 i dermatologi norvegesi Danielsen e Boeck descrissero per la prima volta clinicamente la lebbra tubercoloide. Cinque anni dopo, in Messico, Lucio e Alvarado descrissero clinicamente la lebbra lepromatosa. E nel 1863 Rudolph Virchow riuscì a descrivere per la prima volta un reperto istopatologico della lebbra. Solo che, fino al XIX, tutti erano fermamente convinti che si trattasse di una malattia ereditaria. Questo almeno fino a quando non arrivò Hansen sulla scena.
Nato a Bergen il 29 luglio 1841 e morto il 12 febbraio 1912 (no, non per lebbra: pur avendo la sifilide sin dal 1860, morì a causa di una malattia cardiaca), dopo aver frequentato la scuola della cattedrale di Bergen, lavorò presso Rikshospitalet di Christiania (Oslo) e come medico alle isole Lofoten.
Nel 1868 decise di tornare a Bergen, in modo da studiare la lebbra presso l’ospedale di Lungegard, insieme a Daniel Cornelius Danielssen, esperto in materia. Ricordiamo che all’epoca la lebbra era considerata di origine ereditaria o miasmica (vetusta teoria medica che sosteneva che malattie come il colera e la peste fossero dovuta al miasma, una sorta di “aria cattiva” o “aria notturna”).
Ebbene, Hansen fece diversi studi epidemiologici che permisero di stabilire era la lebbra non era una malattia ereditaria, bensì una malattia trasmissibile che doveva avere una causa eziologica ben precisa. Così, dopo aver approfondito gli studi a Bonn e Vienna, nel 1873 riuscì a scoprire e identificare il Mycobacterium leprae nei tessuti delle persone malate (grazie anche all’uso di un nuovo e migliore microscopio). Tuttavia non identificò l’agente eziologico come batterio.

Fra l’altro la sua scoperta fu alquanto ignorata. Nel 1879, allora, Hansen consegnò i campioni di tessuto ad Albert Neisser, il quale riuscì a colorare i batteri, cosa non da poco. Questo perché i micobatteri, in generale, hanno una particolarità. I normali coloranti utilizzati in microbiologia, infatti, non riescono a oltrepassare la barriera impermeabile costituita dalla loro parete cellulare.
Anzi: se la cellula si imbibisce di colorante, diventa ancora più resistente alla decolorazione (si parla del fenomeno dell’acido-resistenza). Questa caratteristica rende difficile colorare i micobatteri con i normali coloranti di Gram. O meglio: quando li si colora, non si colorano direttamente, ma si vede solamente un alone bianco bastoncellare al loro posto. Si vede in pratica il negativo del micobatterio.
Per riuscire a colorare i micobatteri bisogna usare la specifica colorazione di Ziehl-Neelsen. Comunque sia, Neisser riuscì a colorarli e nel 1880 annunciò di aver scoperto lui i batteri, minimizzando l’apporto di Hansen.
Hansen rivendicò le sue scoperte, ma le sue affermazioni non furono credute da tutti. Questo perché non riuscì a riprodurre una colture microbiologica pura e non riuscì a dimostrare che quei microrganismi a forma di bastoncello fossero infetti. Fra l’altro Hensen decise di provare a infettare una donna con la forma nodulare, senza chiederle il consenso. Nonostante non avesse causato danno, finì in tribunale e perse il posto in ospedale. Comunque sia, Hansen fu una delle figure di riferimento per la lebbra in Norvegia.




