Fotografia di Joseph Kellard, Milano, Italia, 1940. Una barricata composta prevalentemente da sacchi di sabbia e impalcature lignee si erge a protezione del Cenacolo, o se di vostro gradimento, l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Il dispositivo di sicurezza escogitato a partire dal 1940 si rivelò tanto efficace – tre anni dopo, quando delle bombe caddero sull’edificio ospitante il capolavoro – quanto dannoso – per ragioni microclimatiche che successivamente spiegherò ma di cui forse siete già a conoscenza.

Qualcuno di voi lettori avrà sicuramente fatto visita all’opera vinciana esposta all’interno di Santa Maria delle Grazie. E altrettanto certamente avrà percepito quanto l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci sia un’opera fragile. L’accesso contingentato, l’ambiente climatizzato, la rigorosa separazione dall’esterno non sono un eccesso di zelo museale, ma il risultato di una storia secolare all’insegna della vulnerabilità. Una storia che ha conosciuto la sua vertigine durante il più grande dramma del Novecento: la Seconda guerra mondiale.
Il deterioramento del Cenacolo non è un problema moderno. Persino Leonardo, che la realizzò tra 1494 e 1498, sapeva benissimo a cosa si andava incontro dipingendo a secco. A ciò si aggiungeva la collocazione infelice. Dovete sapere come la parete nord del refettorio è esposta all’umidità. Sì, poiché confinante con le cucine del convento, e per questo soggetta a vapori, condense e sbalzi termici. Quando l’Europa precipitò nella guerra totale, il Cenacolo era dunque già un malato cronico.
Con l’entrata dell’Italia nel conflitto nel giugno 1940, le autorità civili e religiose milanesi compresero che il patrimonio artistico della città sarebbe stato un bersaglio indiretto ma inevitabile. Milano, centro industriale e logistico, divenne presto obiettivo dei bombardamenti alleati.

Già nel 1940 si decise di proteggere preventivamente il Cenacolo. Gli operati ingabbiarono la parete nord con una struttura di legno e rinforzi metallici, davanti alla quale ammassarono sacchi di sabbia in più strati. L’obiettivo non era tanto quello di fermare un colpo diretto, quanto di attutire le onde d’urto e prevenire il collasso strutturale del muro.
Il momento decisivo arrivò nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1943. Quella è la data in cui Milano visse uno dei bombardamenti più devastanti della sua storia. Gli ordigni colpirono duramente il quartiere, e Santa Maria delle Grazie non sfuggì all’amaro conto. Un esplosione si verificò a circa 20 metri dalla parete del Cenacolo. Distrusse quasi completamente il refettorio.
Quando, all’alba, la polvere si diradò, apparve uno scenario che molti testimoni definirono irreale. Tutto intorno era crollato, mentre il muro con l’Ultima cena era ancora in piedi, sostenuto dalle impalcature e protetto dai sacchi di sabbia. L’immagine del dipinto intatto, circondato da macerie, divenne immediatamente un potente simbolo.

Come si può facilmente immaginare, le bombe furono il problema più grande, ma non l’unico sulla lista. Il “cappotto” protettivo istallato nel 1940 aveva impedito in quegli anni una corretta areazione della sala. Bisogna aggiungere come, dopo il bombardamento dell’agosto ’43, la parete nord rimase esposta all’ambiente esterno. Non proprio un toccasana. I frati domenicani tentarono qualche intervento di fortuna, ma non impedirono un rapido deterioramento dell’opera vinciana.
La guerra aveva lasciato cicatrici invisibili: microfratture, alterazioni chimiche, stress strutturali. Tuttavia, paradossalmente, fu proprio l’esperienza bellica a rafforzare la consapevolezza della necessità di proteggere il Cenacolo come un organismo vivo, anticipando molte delle pratiche conservative adottate oggi.




