Fotografia di N. J. Boon, Lovanio, Belgio, 1914. Dopo il passaggio dell’esercito imperiale tedesco, restano solo le macerie nella biblioteca dell’Università Cattolica di Lovanio, un tempo centro di cultura e sapere di caratura mondiale. La distruzione della prestigiosa biblioteca è il riflesso di quanto accaduto alla città stessa di Lovanio e, in seconda analisi, al Belgio intero dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale. Le fotografie scattata fra l’agosto e il settembre 1914 ci aiutano a ricordare gli orrori della guerra; un messaggio mai fuori moda.

Del cosiddetto “stupro del Belgio” e delle operazioni militari germaniche sul settore nord del fronte occidentale si è già discusso in precedenza. Qui mi limiterò a riassumere il panorama storico generale. Mi concentrerò sulla tragica esperienza vissuta da Lovanio (più propriamente Leuven, in fiammingo) e dai suoi cittadini. Quest’ultimi furono testimoni diretti delle atrocità che l’uomo in divisa è in grado di compiere in determinate situazioni.
L’attuazione alla lettera del piano Schlieffen fece sì che nell’agosto del 1914 il generale Erich Ludendorff, in barba alla neutralità del Belgio (che la Prussia, e a posteriori l’Impero germanico, riconoscevano dalla prima metà dell’Ottocento), invadesse il territorio belga sotto la sovranità di re Alberto. L’esercito da operetta – come i tedeschi chiamavano i corrispettivi belgi – cercò di difendersi come possibile, limitando l’avanzata delle divisioni guglielmine. Questo fattore, sommato alla paranoia dei militari per i franchi tiratori e all’insoddisfazione derivata dal tardivo successo, scatenò in Belgio il putiferio.

A partire dal 4 agosto 1914 (data dell’invasione effettiva) e fino al mese di ottobre (caduta della fortezza di Anversa), i soldati tedeschi si macchiarono di innumerevoli crimini di guerra in territorio belga. I numeri dello stupro del Belgio furono – e sono – disarmanti: 6.000 morti civili, 25.000 edifici cancellati dalle planimetrie urbane, 837 comuni in qualche modo danneggiati dalla guerra portata dalla Germania del kaiser, 1.500.000 belgi emigrati per sfuggire al conflitto (circa il 20% della popolazione).
Si potrebbe parlare dei casi di Tamines e Dinant (ai quali magari dedicheremo approfondimenti in un futuro prossimo) ma il simbolo indiscusso di quella catastrofe fu la città di Lovanio.

La I Armata di Alexander von Kluck entrò nella città di Lovanio il 19 agosto, occupandola senza colpo ferire. Per circa una settimana non si registrarono episodi incresciosi. Una quiete solo apparente, durata fino alla sera del 25 agosto 1914. Alcuni spari si udirono nell’aria, scatenando il panico nelle nevrotiche sentinelle dall’elmo chiodato. “Franchi tiratori” pensarono; molto probabilmente sbagliando. Si scoprirà in seguito che quei colpi d’arma da fuoco furono il prodotto del fuoco amico tedesco, avvenuto tra le truppe occupanti Lovanio e gli elementi dell’armata in ritirata dai combattimenti fuori città.
Resisi conto dell’entità dell’avvenimento, e con tutta la frustrazione di questo mondo nel corpo, i tedeschi presero a massacrare la popolazione urbana e a sfigurare il volto pregevole di Lovanio. Civili presi e fucilati indiscriminatamente; baionettate alla cieca; le più alte cariche dell’amministrazione cittadina condannate all’esecuzione per puro piacere. L’orrore proseguì fino tarda notte, quando gli sfortunati abitanti videro levarsi in cielo, altissime, le fiamme. Provenivano dalla biblioteca dell’Università Cattolica.

Alcune unità avevano forzato l’ingresso dell’ateneo, riuscendo ad entrare nella biblioteca. Questa rappresentava il fiore all’occhiello della cultura europea. Vantava oltre 300.000 testi originali, fra questi circa 750 manoscritti medievali. Su questi tesori venne gettata la benzina, poi divampò il fuoco. Affatto contenti, i comandanti del kaiser ordinarono che per il giorno 26 su Lovanio cadessero proiettili d’artiglieria. Ai 42.000 abitanti spettò la deportazione e i lavori forzati sotto la minaccia delle armi.

Quando il mondo seppe, giudicò con sdegno l’operato. Critiche giunsero tanto dai Paesi nemici – Inghilterra e Francia in primis – quanto da quelli ancora neutrali. In Italia alcuni politici interventisti e vicini alle istanze dell’Intesa condannarono pubblicamente le barbarie dell’Impero germanico. Addirittura in Austria-Ungheria (anche se in via confidenziale), qualche ministro si disse quantomeno “preoccupato” per la deriva in Belgio. E se lo dicevano a Vienna…




