Fotografia di anonimo, località non definita, 1992 o 1994-95. Il soldato e il pianoforte, la guerra e la musica. Una realtà che sprofonda nella tragedia della vita che si spezza e uno dei tanti mezzi esistenti per sfuggire da quella stessa realtà. La fotografia è portatrice di un messaggio tanto semplice quanto essenziale, e poco importa se sulla sua genesi esiste un dibattito logorante (al quale alluderò, ma senza dargli troppo peso), ciò che conta è l’interpretazione di questo appello.

Cosa vediamo non ha bisogno di chissà quali spiegazioni. La fotografia ritrae una scena di forte impatto simbolico. Sospensione netta tra intimità dell’uomo e distruzione che egli stesso provoca. Al centro dell’inquadratura si vede una persona, in uniforme militare, ripresa di spalle, intenta suonare un pianoforte verticale visibilmente danneggiato.
L’ambiente circostante è spoglio e silenzioso. Il pianoforte non si trova all’interno di un edificio, bensì all’aperto, poggiato su un terreno sconvolto, fangoso, disseminato di detriti. Intorno si intravedono alberi spogli, che suggeriscono una stagione fredda o un paesaggio già segnato dalla devastazione del conflitto. Non vi sono altri uomini, né segni evidenti di vita civile. Il soldato appare isolato, come se il mondo attorno fosse stato svuotato, lasciando spazio solo al suono – reale o immaginato – della musica.

Proprio questo contrasto tra l’arma e lo strumento musicale, tra la funzione bellica dell’uomo e l’atto profondamente umano del suonare, è ciò che ha reso la fotografia così potente e duratura nel tempo.
Nel corso degli anni, si è associato l’immagine a due diversi contesti storici. Secondo alcune fonti, la scena sarebbe riconducibile alla Prima guerra cecena (1994-1996), conflitto ampiamente documentato da fotografi e agenzie internazionali e spesso raccontato anche attraverso immagini di forte valore simbolico, in cui oggetti della vita civile emergono tra le rovine. Altre ricostruzioni, invece, collocano la fotografia nella guerra del Nagorno-Karabakh (Artsakh) dei primi anni ’90. L’ipotesi è che si tratti di un soldato armeno e che l’immagine derivi da un fermo estratto da materiale filmato di guerra.

In assenza di dati certi e di un’attribuzione definitiva, entrambe le ipotesi restano plausibili. Ciò che invece appare indiscutibile è la forza universale dello scatto. Indipendentemente dal luogo e dalla paternità, la fotografia racconta la stessa verità essenziale, quella di un conflitto che invade ogni aspetto della vita umana ma non riesce a cancellare del tutto il bisogno di espressione, di memoria e di bellezza. È proprio questa ambiguità, geografica, storica e persino emotiva, a rendere l’immagine così efficace e così spesso riutilizzata come icona della guerra e, più in generale, dell’assurdità dei conflitti armati.




