Fotografia di anonimo, Paesi Bassi, 1963. Operatori telefonici in servizio presso uno dei tanti centralini di navigazione esistenti in quegli anni ’60 forniscono delle indicazioni stradali ai mittenti della chiamata. Molto prima che uno schermo illuminato ci mostrasse in tempo reale la nostra posizione con un puntino blu, orientarsi significava affidarsi alla carta, alla memoria e, non di rado, alla voce di qualcun altro. Fino agli anni ’70 (e in molti luoghi anche oltre…) per ottenere indicazioni precise si consultavano gli atlanti stradali, le cartine ripiegate con cura maniacale nel cruscotto dell’auto, oppure si telefonava a un servizio specializzato che forniva istruzioni dettagliate per raggiungere una destinazione. Soprattutto quest’ultimo metodo, dai più dimenticato, merita un minimo di approfondimento storico.

La fotografia in sovrimpressione fu scattata nei Paesi Bassi (come si può anche facilmente notare dalla fisionomia delle mappe) ma la storia delle “navigation hotlines” origina negli Stati Uniti d’America. Già dagli anni ’20 e ’30, associazioni automobilistiche offrivano ai soci un servizio personalizzato di pianificazione del viaggio. Con l’espansione della motorizzazione di massa nel secondo dopoguerra, questi servizi si strutturarono ulteriormente.
Negli anni ’60 esistevano veri e propri centralini in cui operatori, circondati da grandi carte murali e schedari, rispondevano alle chiamate di automobilisti in procinto di partire. La fotografia del 1963 cui si fa riferimento documenta proprio questo mondo. File di impiegati seduti davanti a telefoni e mappe, impegnati a tradurre la geografia fisica in una sequenza verbale di svolte, incroci e riferimenti visivi.

Il loro lavoro richiedeva competenze non banali. Leggere una mappa era il minimo dell’abilità richiesta. Poi era necessario interpretarla, aggiornarla in caso di deviazioni, cantieri, arterie autostradali create nottetempo. Giusto per fare qualche esempio. Praticamente i centralini di navigazione rappresentavano senza se e senza ma una forma embrionale di navigazione assistita.
Parallelamente, sul piano scientifico, prendeva forma una rivoluzione silenziosa. Nei laboratori universitari americani si sviluppavano i primi Sistemi Informativi Geografici (GIS). Qui si lavorava su strutture dati topologiche capaci di rappresentare confini, reti stradali, relazioni spaziali in forma computabile.

Questi progressi, uniti allo sviluppo del GPS (operativo a livello globale dagli anni ’90) e alla miniaturizzazione dell’elettronica, hanno progressivamente trasferito ciò che un tempo avveniva in un call center o in un stanza d’università dentro uno smartphone. Oggi un algoritmo calcola in frazioni di secondo ciò che richiedeva minuti di consultazione e ragionamento umano. Eppure, dietro la semplicità apparente di un’app come Google Maps, si cela una bella eredità. Quest’ultima fatta di cartografi, operatori telefonici, matematici e informatici che hanno trasformato l’orientamento da pratica artigianale a infrastruttura digitale globale. Anche questo è progresso, ricordiamolo.




