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oppio vaso

Che ci faceva dell’oppio in un vaso egizio dedicato a Serse I?

Uno studio pubblicato da poco sulla rivista Journal of Eastern Mediterranean Archaeology and Heritage ha evidenziato come l’oppio fosse assai diffuso e consumato nell’antico Egitto. E non solo. Tracce di oppio, infatti, erano presenti all’interno di un raro vaso di alabastro egizio che riportava il nome di Serse I, sovrano della Persia.

Cosa ci racconta quell’oppio presente nel vaso dedicato a Serse I?

oppio vaso
Crediti foto: @Marco Prins

Il vaso quadrilingue in questione è conservato nella Collezione Babilonese del Peabody Museum dell’Università di Yale. Il manufatto è assai raro: al mondo ne esistono meno di dieci di questo tipo, ovvero vasi di alabastro con iscrizioni. Inoltre è la prima volta che un manufatto reale è analizzato scientificamente in modo da identificarne il contenuto.

Tramite tecniche di gascromatrografia-spettrometria di massa, i ricercatori hanno ritrovato all’interno del vaso cinque biomarcatori tipici dell’oppio: noscapina, idrocotarnina, morfina, tebaina e papaverina. E pensare che fino adesso si è creduto che questi vasi fossero solamente contenitori per profumi e cosmetici.

Il vaso di alabastro in questione riporta iscrizioni in ben quattro lingue antiche: accadico, elamita, persiano e geroglifici egizi. Le iscrizioni parlano di Serse I come del “Gran Re”. Sappiamo che Serse I governò l’Impero Persiano Achemenide dal 486 al 465 a.C., periodo durante la quale l’Egitto divenne una provincia persiana a seguito della conquista di Cambise II.

oppio vaso iscrizione
Crediti foto: @Yale Babylonian Collection

Si pensa che questi vasi di alabastro originariamente furono prodotti e incisi in Egitto, salvo poi essere trasportati in veste di doni diplomatici in Mesopotamia. Forse anche in veste di tributi periodici.

Una volta giunti qui, questi vasi erano poi distribuiti all’élite dell’Impero Achemenide. Fra l’altro qui questi vasi erano così apprezzati che l’élite li portava con sé anche nelle tombe. In effetti, manufatti similari erano presenti anche nel Mausoleo di Alicarnasso.

A questo punto è lecito chiedersi cosa contenessero anche altri antichi vasi di alabastro ritrovati, come quelli presenti nella tomba di Tutankhamon. Molti di quelli scoperti da Howard Carter in effetti contenevano dei residui organici appiccicosi e marroncini. Nel 1933 il chimico Alfred Lucas li esaminò, ma non riuscì a identificarli. L’unica cosa che riuscì a fare fu escludere che si trattasse di unguenti e profumi.

oppio papaveri

Magari anche quei vasi contenevano tracce di oppio. Queste scoperte indicano che gli oppiacei erano consumati in Egitto in maniera trasversale, sia dalla gente comune che dall’élite visto che tracce ne sono state trovate anche in brocche sepolte in cimiteri per persone meno abbienti. E forse per gli antichi Egizi i vasi di alabastro erano anche sinonimo di consumo di oppio.