Oggi il fatto che ogni specie vivente sia identificata da un nome scientifico latino appare così naturale da sembrare una consuetudine che affonda la sua origine nella notte dei tempi. In realtà, la convenzione è il frutto di una precisa svolta storica avvenuta nel XVIII secolo, e coincide in larga parte con l’opera e la visione di un singolo uomo: Carlo Linneo (italianizzazione di Carl Nilsson Linnaeus).

Prima di lui, il mondo naturale era un mosaico linguistico disordinato. Una stessa pianta poteva avere decine di nomi diversi a seconda del paese, della regione o persino del singolo autore che la descriveva, mentre le denominazioni “scientifiche” consistevano spesso in lunghe frasi latine, vere e proprie descrizioni più che nomi, difficili da memorizzare e da confrontare.
Linneo intuì che il problema non era soltanto terminologico, ma metodologico: senza un linguaggio condiviso, la scienza naturale non poteva diventare davvero universale. La sua soluzione, formalizzata nel Systema Naturae del 1735, fu tanto semplice quanto rivoluzionaria. Pensò di razionalizzare il nome di ogni organismo, definendolo con due parole latine, indicanti il genere e la specie. Facile, intuibile, immediato.
Questa scelta impose per la prima volta chiarezza e, forse il punto di maggiore rilevanza, comunicabilità internazionale. Rese possibile un dialogo scientifico che superasse confini politici e linguistici. Attorno a questa idea Carlo Linneo costruì un’intera visione del sapere naturale, fondata su una classificazione gerarchica e su un contatto diretto con la natura attraverso viaggi, raccolte e osservazioni sul campo.

Siccome a Linneo piaceva fare le cose a modo, volle dare l’esempio. Dunque latinizzò il suo nome proprio per dimostrare la bontà del metodo. Un episodio marginale solo all’apparenza.
Nato come Carl Nilsson Linnæus, figlio di un pastore luterano, portava un cognome derivato da linn, termine svedese per indicare il tiglio, albero che la sua famiglia aveva adottato come segno distintivo. Quando intraprese la carriera accademica, Linneo fece ciò che molti studiosi europei del suo tempo consideravano naturale: latinizzò il proprio nome, trasformandosi in Carolus Linnaeus. Non si trattava di una semplice vanità o di un vezzo erudito. Nel Settecento il latino era ancora la lingua internazionale della scienza. Assumere un nome latino significava inserirsi pienamente nella res publica litterarum, la comunità sovranazionale degli studiosi.
Nel caso di Linneo, tuttavia, questa scelta assume un valore ulteriore. Esatto, dal momento che non si limitò a a sostenere che la lingua naturalista dovesse essere il latino. Decise proprio di incarnare personalmente questo principio.

Carlo Linneo – che tra l’altro adottò il nome Carl von Linné a seguito della nobilitazione – non era un’eccezione. Come anticipato, la latinizzazione dei nomi era una pratica diffusa tra gli scienziati dell’Europa moderna. Georg Bauer divenne Georgius Agricola, Nicolaus Kopernik assunse la forma Nicolaus Copernicus.
Oggi molte delle categorie linneane sono state riviste, corrette o superate dalla biologia evoluzionistica e dalla genetica. Eppure, ogni volta che utilizziamo un nome binomiale, che sia Homo sapiens, Quercus robur o Canis lupus, continuiamo a muoverci all’interno dell’orizzonte concettuale che Linneo ha tracciato.




