Almanacco del 26 marzo, anno 1979: nei giardini della Casa Bianca, il presidente egiziano Muḥammad Anwar al-Sādāt e il primo ministro israeliano Menachem Begin firmano il trattato di pace israelo-egiziano, uno degli accordi diplomatici più significativi del secondo Novecento. L’accordo pose formalmente fine allo stato di guerra tra Egitto e Israele. Condizione che esisteva fin dalla nascita dello Stato israeliano nel 1948 e che aveva portato i due paesi a scontrarsi ripetutamente nei decenni successivi.

Le radici di questo trattato affondano nella lunga serie di conflitti arabo-israeliani che segnarono il Medio Oriente dopo la guerra arabo-israeliana del 1948. Dopo quella prima guerra, le ostilità tra Israele e i paesi arabi furono soltanto sospese tramite gli accordi di armistizio di Rodi. Ricordiamolo: essi non rappresentavano una pace vera e propria ma semplicemente una tregua.
Nei decenni successivi il conflitto si riaccese più volte, culminando nella guerra dei sei giorni del 1967, quando Israele occupò la penisola del Sinai, territorio egiziano di enorme importanza strategica. La tensione tra i due stati continuò fino alla guerra del Kippur del 1973, che segnò un momento di svolta. Pur non modificando radicalmente i confini, il conflitto convinse molte leadership regionali che una soluzione militare definitiva fosse ormai improbabile.

Il vero punto di rottura arrivò nel novembre 1977, quando Sādāt compì un gesto senza precedenti nella storia del mondo arabo: visitò ufficialmente Israele e parlò davanti alla Knesset, il parlamento dello Stato ebraico. La visita fu al tempo stesso altamente simbolica e decisamente controversa, soprattutto per il mondo arabo.
Il processo diplomatico culminò nel settembre 1978 con gli accordi di Camp David. Questi accordi stabilirono i principi per una futura pace tra Egitto e Israele e per una possibile soluzione della questione palestinese, ma non garantivano automaticamente la firma di un trattato definitivo. Nei mesi successivi Sādāt subì fortissime pressioni da parte degli altri paesi arabi, molti dei quali consideravano inaccettabile qualsiasi riconoscimento ufficiale di Israele.
Nonostante queste resistenze, il negoziato proseguì e portò alla firma del trattato il 26 marzo 1979. Da sottolineare il ruolo di mediazione che ricoprì l’amministrazione di Jimmy Carter. Al di là di ciò, chiediamoci adesso: cosa stabiliva il suddetto? Necessario capire come i punti principali dell’accordo furono tre. Anzitutto premeva il riconoscimento reciproco tra i due stati e la fine dello stato di guerra che esisteva da oltre trent’anni.

In secondo luogo, Israele accettò di ritirare completamente le proprie forze militari dalla penisola del Sinai, restituendo all’Egitto non solo il territorio ma anche le infrastrutture civili costruite durante l’occupazione. Il ritiro avvenne gradualmente e poté dirsi completato nel 1982. Infine, terzo punto, il trattato stabilì importanti garanzie per la navigazione internazionale: Israele ottenne il diritto di passaggio attraverso il Canale di Suez, mentre gli Stretti di Tiran e il Golfo di Aqaba furono riconosciuti come vie marittime internazionali aperte al traffico di tutte le nazioni. Proprio la chiusura di queste rotte nel 1967 aveva costituito uno dei principali casus belli della guerra dei sei giorni.
Le conseguenze politiche e sociali dell’accordo furono profonde. L’Egitto divenne il primo paese arabo a riconoscere ufficialmente Israele, rompendo il fronte diplomatico che per decenni aveva rifiutato qualsiasi normalizzazione dei rapporti. Vorrei rimarcare la rilevanza del gesto, poiché isolò temporaneamente il Cairo nel mondo arabo. Il paese bagnato dal Nilo andò incontro alla sospensione dalla Lega Araba. Inoltre tutti quegli stati che erano contrari al riconoscimento di Tel Aviv, interruppero le relazioni diplomatiche con gli egiziani.




